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3 La storia del Tevere ( Ostia e Maccarese ) p>

 

 

L'antico toponimo del fiume era "Albula", per la tradizione in riferimento al colore chiaro delle sue acque che in realtà sono bionde. Un altro antico nome del Tevere è stato Rumon, di origine etrusca, da molti collegato al nome di Roma. Il nome attuale deriverebbe secondo la tradizione dal re latino Tiberino Silvio, che vi si sarebbe annegato.[1] In realtà già gli Etruschi lo chiamavano Thybris secondo Virgilio .

A pochi chilometri dalla sorgente, il Tevere lascia la Romagna ed entra in Toscana (provincia di Arezzo) attraversandola per un breve tratto con regime torrentizio. Tra Pieve Santo Stefano e Sansepolcro, assieme a tre affluenti minori, da vita al Lago di Montedoglio.  Attraversa poi l'Umbria scendendo da quota 300 a quota 50 m (Alta valle tiberina).  Alla fine del tratto collinare del percorso fu realizzata durante gli anni cinquanta una diga finalizzata alla generazione di energia elettrica, all'epoca destinata soprattutto alle Acciaierie di Terni, le cui acque alimentano due bacini artificiali: il Lago di Corbara, direttamente a valle della diga, e il successivo piccolo lago di Alviano, 500 ettari di ambiente umido che ospitano un'oasi naturalistica. Questo tratto finale del corso del Tevere in Umbria di circa 50 km costituisce il Parco fluviale del Tevere.

Da Città di Castello il fiume incrementa progressivamente nella portata, passando da 15 m3/s presso quest'ultimo centro, a 47,5 dopo la confluenza con l'affluente Chiascio, a 69,5 dopo quella con il Paglia e soprattutto a oltre 180 dopo la confluenza con il Nera, e comincia così a distendersi in numerosi ampi meandri attraverso la pianura da esso stesso generata, e segna il confine tra le province di Terni, Rieti e Viterbo.

 Arrivato a Orte tra Umbria e Lazio, riceve le abbondanti acque del Nera-Velino, e si accinge a delimitare la Tuscia e la Sabina, dove il Treja, l'Aia (Imella) prima e il Farfa poi vi affluiscono, determinando una maggiore portata e i connotati fluviali. Le enormi anse si alternano a golene e aree ripariale, famoso è il fiasco che si può ammirare dai terrazzi alluvionali di Ponzano e Forano. Alla confluenza del Farfa tra i comuni di Nazzano e Montopoli si trova la Riserva naturale Tevere Farfa, area umida di importanza internazionale per l'aviofauna migratoria e per la preservazione delle biodiversità.

Lento attraversa Roma, ricevendo l'Aniene che gli incrementa a quasi 240 m3/s la portata media e infine, dopo altri 30 km, sfocia nel Mar Tirreno, non più a Ostia come un tempo, ma a Fiumicino, in un delta di due soli bracci, uno naturale detto Fiumara grande e l'altro artificiale (il Canale di Traiano), che delimitano l'Isola Sacra.

Il fiume fu utilizzato per molti secoli come via di comunicazione: in epoca romana il naviglio mercantile poteva risalire direttamente fino a Roma, all'Emporio che era situato ai piedi dell'Aventino, mentre barche più piccole e adatte alla navigazione fluviale trasportavano merci e prodotti agricoli dall'Umbria, attraverso un sistema navigabile capillare che penetrava nella regione anche attraverso gli affluenti, in particolare Chiascio e Topino.

 

 Il Tevere a Roma 

Il Tevere, fin dalla sua nascita, è stato l'anima di Roma, e il fatto che la città gli debba la propria stessa esistenza è descritto già dalla prima scena della leggenda di fondazione, con Romolo e Remo nella cesta che, arenati sotto il ficus ruminalis, succhiano il colare zuccherino dei frutti in attesa di una vera poppata.  Tutti gli insediamenti preromani il cui convergere diede luogo alla Roma storica "vedevano" il Tevere, ma dall'alto e non da vicino (si pensi ad Antemnae, ad esempio), per evidenti ragioni di difesa e perché il Tevere è sempre stato un fiume soggetto a piene improvvise. Il punto in cui la pianura alluvionale era più sicuramente guadabile era l'Isola Tiberina, accanto alla quale (in quella zona che sarebbe poi divenuta il Foro romano a partire da un più modesto Foro boario) si localizzò in origine il punto di scambio tra le popolazioni etrusche che dominavano la riva destra (detta poi Ripa Veientana) e i villaggi del Latium vetus sulla riva sinistra (la Ripa Graeca). L'Isola era, inoltre, il punto fin dove le navi antiche, di basso pescaggio, potevano risalire direttamente dal mare.

Poco a valle dell'Isola fu costruito (in legno, e tale rimase per diversi secoli) il primo ponte di Roma, il Ponte Sublicio. Per le popolazioni arcaiche erano così importanti, questo ponte e la sua manutenzione, che in relazione ad essi nacque il più antico e potente sacerdozio romano: il Pontifex. Il fiume stesso era considerato una divinità, personificata nel Pater Tiberinus: la sua festa annuale (le Tiberinalia) veniva celebrata l'8 dicembre, anniversario della fondazione del tempio del dio sull'Isola Tiberina ed era un rito di purificazione e propiziatorio.

Ponti e trasporti sul Tevere

 Progredendo l'interramento del fiume, le navi non poterono più arrivare come in epoca classica fino all'Emporio (sotto l'attuale rione di Testaccio), ma merci e passeggeri continuavano a giungere a Roma via fiume, col metodo dell'alaggio, cioè su chiatte o barconi che venivano rimorchiati dalla riva: la forza motrice per risalire il Tevere, che nei periodi di magra non offriva più di due metri e mezzo di pescaggio, era generalmente costituita da buoi ma anche, al bisogno, da uomini. Il sistema era ancora in uso a metà dell'800, quando i buoi vennero sostituiti da rimorchiatori a vapore, che trascinavano tre o quattro chiatte, come avveniva sulla Senna fino a non molti anni fa. Il porto dell'Emporio era stato abbandonato già in epoca medioevale, e il nuovo attracco si consolidò sulla riva destra (che era detta "Ripa Romea": era in effetti molto più comodo, per i pellegrini, sbarcare sulla riva dove era posto il Vaticano). Questo approdo era detto, per antonomasia, Ripa. Modificando il percorso delle mura a Porta Portese, il porto venne ricostruito nel 1642 un po' più a monte, all'interno della cinta daziaria, in corrispondenza dell'Ospizio di San Michele, e divenne il porto di "Ripa Grande", dedicato a merci e uomini in arrivo da Ostia. Sulla riva sinistra, a monte di Castel Sant'Angelo, venne costruito nel 1704 il porto di Ripetta, dedicato soprattutto al traffico con il retroterra umbro. Ebbe sede qui l'idrometro storico del Tevere, installato nel 1821, e che aveva come "zero idrometrico" il settimo gradino della scalinata del porto stesso.

 Imbarco dei battelli turistici a Ponte Garibaldi (di fronte, l'Isola Tiberina)Sul Tevere navigavano imbarcazioni di tutti i tipi (anche a vela: per discendere il fiume da Orte ci volevano tre giorni). Oltre alle chiatte trainate da rimorchiatori, alle barchette dei pescatori, c'erano anche piccole barche per trasbordare le persone da una riva all'altra: non si dimentichi che fino alla caduta dello Stato Pontificio i ponti cittadini sul Tevere erano soltanto 4: Ponte Mollo, il Ponte di Castello, Ponte Sisto e i due ponti attraverso l'Isola Tiberina - Ponte Cestio e il Ponte dei Quattro Capi. Per via fluviale, circumnavigando l'Italia dal lago Maggiore al Ticino, al Po, all'Adriatico e infine risalendo il Tevere fino ai piedi della basilica con un viaggio di quattro anni, arrivarono dalle cave di Baveno e Montorfano le 150 colonne monolitiche di marmo bianco del nuovo portico della Basilica di San Paolo fuori le mura. L'ultimo grande trasporto via fiume, su una chiatta di cemento appositamente costruita, fu quello effettuato nel 1929, dei marmi provenienti dalle Alpi Apuane e destinati all'obelisco del Foro Italico, fin dove risalirono, appunto, via fiume.

Lo sviluppo del trasporto stradale e ferroviario, la costruzione nel tempo di ben 23 dighe di sbarramento lungo l'intero bacino e il progressivo interramento del basso corso del fiume hanno completamente annullato questo utilizzo (durato fin verso la metà dell'800), e ormai la navigazione fluviale si limita a fini sportivi (canottaggio) e turistici, con battelli che dalla fine degli anni novanta percorrono tratti del corso romano del fiume. A causa delle soglie costruite all'altezza dell'Isola Tiberina per regolare e armonizzare il flusso del fiume, la navigazione sul fiume è divisa in due tratte, una verso monte, dall'Isola a Ponte Risorgimento, l'altra verso il mare, da Ponte Marconi a Ostia Antica. Va tenuto presente, quando si riflette sull'uso del Tevere, che attualmente sono 36, i soggetti pubblici che hanno titolo ad intervenire sul Tevere: il numero rende evidenti, da solo, le difficoltà che presenta ogni nuovo progetto d'uso o di intervento.

 

Le "mole"

alcune ancora presenti davanti San Michele, coperte dei soliti graffiti

 

 Un'altra presenza sul fiume, che datava dal medioevo e della quale ora non c'è più traccia, erano i molini ad acqua (a Roma detti "mole", anche nel linguaggio ufficiale della burocrazia annonaria), ancorati in gran parte, da ultimo, vicino all'Isola Tiberina. La storia delle mole a Tevere iniziò quando Totila, tagliando durante l'assedio del 537 l'acquedotto Traiano che forniva energia ai mulini installati sul Gianicolo, costrinse Belisario a cercare una nuova soluzione per l'approvvigionamento di farina dei romani assediati. La soluzione trovata fu quella di installare coppie di barche incatenate: ogni coppia era dotata, al centro, di una ruota che azionava le macine di pietra alloggiate sulle barche stesse. La prima coppia era incatenata alle rive del fiume presso il Ponte di Agrippa (l'attuale Ponte Sisto), le altre erano collegate alla prima. A monte di questo sistema di molini galleggianti furono installate palafitte di riparo, allo scopo di deviare i tronchi con i quali i Goti cercavano di travolgerlo. Nei secoli successivi si continua ad avere notizie dei molini sul Tevere - anche se non se ne hanno rappresentazioni sulle mappe fino alla fine del Quattrocento- che appaiono però dislocati più a valle, verso l'Isola Tiberina. La collocazione attorno all'Isola non fu però mai esclusiva: ci furono mole sull'ansa a monte di Ponte Sisto sia sulla riva sinistra (esiste ancora in fondo a via Giulia, una via delle Mole dei Fiorentini), che sulla riva destra sotto Santo Spirito in Sassia, all'altezza all'incirca del Ponte Neroniano. A un certo punto dell'alto medioevo (non si sa quando), i molini furono ancorati singolarmente alla riva, assumendo la struttura che conosciamo dalle rappresentazioni. L'impianto era costituito da:

un manufatto detto "torretto", sulla riva, a cui era legata, con catene di ferro, la mola;

un arco in muratura che poggiava da una parte sulla riva e dall'altra nel fiume;

a questo si appoggiava una passerella di legno, che collegava il sistema alla terra, consentiva di movimentare (a dorso d'asino) i carichi di cereali e di grano, e ammortizzava le variazioni di altezza del fiume;

la passerella portava all'imbarcazione più ampia, coperta e sormontata da una croce, nella quale era alloggiata la macina e avveniva la lavorazione;

la ruota, orizzontale, installata per traverso alla corrente, che trasmetteva il proprio movimento alla macina;

un'altra imbarcazione più piccola (detta "barchetto" ), che supportava l'asse della ruota verso il centro del fiume.

 Alluvioni

Memorie delle alluvioni del Tevere nei secoli a Santa Maria sopra MinervaI muraglioni di contenimento dei Lungotevere (ma non accade diversamente a Parigi e a Firenze), rendono oggi difficile immaginare quanto "fluviale" potesse essere la città antica e quanto lo fosse ancora un secolo fa. Ma questa connessione con il fiume, che certo era una risorsa economica notevole, era anche - da sempre - ad alto rischio.

 

Già Livio attesta che le piene del Tevere, spesso disastrose, erano ritenute dal popolo romano annunciatrici di eventi importanti o punizione degli dei irati, e certo comportavano - oltre che distruzioni - epidemie causate dal ristagno delle acque. Ancora nel XIX secolo il fatto che l'arrivo dei Piemontesi a Roma fosse stato salutato da una disastrosa inondazione, il 28 dicembre 1870, confermò il popolo romano nella sua opinione antica e mai abbandonata. Le grandi piene (mediamente almeno 3 o 4 per secolo) sono sempre arrivate a Roma dalla via Flaminia: a valle dell'ultima confluenza con l'Aniene il fiume, libero fin lì di distendersi su territori pianeggianti e praticamente golenali, incontrava costruzioni e ponti che lo ostacolavano (ripetutamente il Ponte Sublicio era stato trascinato via dalle alluvioni) e si incanalava rovinoso per vie e piazze. Cesare immaginò di raddrizzare i meandri urbani del fiume deviandolo attorno al Gianicolo (cioè facendogli evitare Trastevere e la pianura dei Fori) e canalizzandolo attraverso le Paludi Pontine in direzione del Circeo. Augusto, di temperamento più realista e "amministrativo", dopo aver nominato una commissione di 700 esperti si limitò a disporre la pulizia dell'alveo fluviale e ad istituire una magistratura apposita, i Curatores alvei et riparum Tiberis, carica che Agrippa tenne per tutta la vita. Gli esperti di Tiberio suggerirono di deviare le acque del Chiani verso l'Arno, ma per l'opposizione dei fiorentini non se ne fece nulla (il progetto fu riesumato - e ugualmente abbandonato - nel 1870). A Traiano si deve il completamento del canale di Fiumicino (la cosiddetta Fossa Traiana) iniziato da Claudio, funzionale alla navigabilità del fiume, ma anche a migliorare il deflusso delle acque verso il mare. L'ultimo imperatore che dispose una pulizia radicale dell'alveo e un'arginatura del fiume fu Aureliano.

Il porto di Ripetta fu demolito nel 1893 per costruire il Ponte Cavour, fondamentale per l'urbanizzazione del nuovo rione dei Prati di Castello e l'idrometro sistemato sul muro laterale della chiesa di San Rocco. In corrispondenza del nuovo ponte, 5 anni dopo venne sistemato il nuovo idrometro, con lo stesso zero idrometrico. L'attuale stazione idrometrica è situata, dal 1941, 5 chilometri più a valle, a Porta Portese (via Portuense 49). Le osservazioni sulla portata del Tevere a Roma, iniziate nel 1782 per iniziativa dell’abate Giuseppe Calandrelli, direttore dell’Osservatorio astronomico e meteorologico di Collegio Romano, costituiscono ad oggi la serie storica più rilevante tra le osservazioni sistematiche dei fiumi italiani.

 La spinta definitiva a riprendere l'elaborazione di un sistema di difesa della città dalle furie del suo fiume venne certamente dalla disastrosa alluvione che salutò l'ingresso dei Piemontesi a Roma, il 28 dicembre 1870. L'inondazione arrivò, quella volta, a più di 17 metri oltre il livello normale del fiume (praticamente fino a piazza di Spagna). Il 1º gennaio 1871 fu nominata un'apposita Commissione di studio che in quattro anni non produsse risultati.

Interpelliamo un campana leggermente dissidente sulla nostra linea.

(http://www.romaeuropea.it/img/eventi_associativi/2006_0329_il_fiume_di_roma/2006_0330_studio_il_fiume_di_roma.pdf )

Si diceva che discussioni e polemiche accompagnano ancora oggi la questione dell’utilità dei muraglioni, e, in  modo particolare, dell’impatto estetico che così marcatamente ha caratterizzato il centro storico di Roma. Se da una parte questo intervento ha messo fine al pericolo delle alluvioni, dall’altra ha separato il Tevere dalla città creando una sorta di linea invalicabile che toglie ai romani la possibilità di godere delle sue acque e dei suoi paesaggi. Ma decidere della destinazione futura di questo manufatto non può avvenire senza analizzare il contesto storico nel quale furono concepiti e costruiti. Il Tevere nella storia di Roma ha svolto un ruolo ambiguo: ritenuto utile come via di comunicazione e per la forza della sua corrente che spingeva le macine dei molini, non è mai stato un vero luogo di aggregazione, anzi la città molto spesso gli ha dato le spalle quasi che fosse elemento da nascondere e di cui avere timore. Il corso tiberino nei canti popolari è quello che dà la vita, ma la sua forza distruttiva attraversa trasversalmente la storia della città eterna che è stata scandita da piene rovinose quasi segno premonitore del castigo divino. Le rive, prima della costruzione dei muraglioni, erano coronate da abitazioni popolari che lungi dal presentare la parte migliore di sé mostravano al fiumarolo la parte dei servizi igenici; se si eccettuano i porti di Ripetta e Ripagrande, che offrivano un vero e proprio scenario sulle acque, il fiume poteva essere visto dai romani solo attraverso i ponti S.Angelo, Sisto, Cestio e Fabricio, oppure dai numerosi molini. Scarichi fognari, scoli spesso nauseabondi, delineavano un sistema fiume dalle rive pressoché impraticabili e dalla dubbia igiene. Il Tevere non era il “Canal Grande” in cui i palazzi principeschi facevano bella mostra di sé, a parte qualche decorazione, qualche loggia, la città era altrove: le immagini fotografiche che ritraggono questa situazione vanno lette, infatti, in un contesto cittadino che vedeva il fiume in modo defilato.

Si poteva benissimo discutere di deviazioni, drizzagli, ampliamenti, poiché il Tevere non attraversava Roma, semplicemente lambiva l’abitato. Ad eccezione di Borgo, Vaticano e Trastevere, tutta la città si estendeva sulla riva sinistra, lasciando libera la destra per interventi di sistemazione idraulica ed urbanistica che non riuscirono ad “umanizzare” e rendere funzionali le sue rive. Muraglioni e banchine vennero progettate in funzione di contenitori delle temute piene che ogni 40 anni portavano lo stesso fiume per le vie di Roma. Indubbiamente se hanno contribuito ad allontanare la cittadinanza dal corso d’acqua è anche vero che hanno liberato la città da ricorrenti e luttuosi allagamenti: nel tempo si sono rivelati come uno strumento davvero efficace di contenimento delle bizzarrie fluviali, rivelando anche una oculata progettazione ed una sensibilità di salvaguardia per i monumenti antichi. Si poteva ovviare alla costruzione di simili manufatti? Si poteva costruirli più bassi in modo da rendere sempre visibile la corrente? Certamente no. Anche nell’ipotesi più volte prospettata della messa in opera di bacini di laminazione delle piene a monte di Roma, sarebbero occorsi impianti in grado di contenere all’occorrenza un miliardo di metri cubi di acqua1. Neanche oggi, dopo la costruzione di numerosi invasi e la possibilità di regolare il flusso idrico, il rischio di piena non è scomparso. Antiestetici, ma funzionali, la loro altezza di 15 metri, valutata sulla piena di riferimento del dicembre del 1870, si è rivelata ottimale proprio nel contenimento delle variazioni di portata tiberina. I grandi fiumi europei, infatti, presentano una oscillazione del livello assai più contenuta rispetto al fiume di Roma: un aumento di 8 metri per la Senna significa disastro nazionale, mentre il livello del Tevere nella sua storia molto spesso ha superato i 16 metri di altezza, passando nel giro di poche ore da modeste portate di 100 metri cubi al secondo ad oltre 3.000: qui sta la differenza. 1180, 1230, 1277, 1310, 1345, 1379 e poi…1557, 1598, 1606, 1660 e poi…1805, 1846, 1870, 1900, 1915, 1937, 1948 sono solo alcuni esempi di annate in cui le acque del Flavus Tiberis hanno superato quei 16 metri di altezza.

 

ROMA CAPITALE E LA SISTEMAZIONE IDRAULICA DEL TEVERE

“L’inondazione del dicembre 1870 a Roma- scrive il prof. Alberto Caracciolo- è di quegli avvenimenti che, per il momento nel quale avvengono, colpiscono oltre misura l’immaginazione dei contemporanei.

Quando il Tevere, gonfio di pioggia, comincia a minacciare il ponte Molle e ad uscire dalle

sponde nelle regioni basse della città, alte si levano accuse e recriminazioni” L’avvenimento è talmente vicino al celebrato 20 settembre che la gioia di aver compiuto l’unità nazionale sembra affogare nelle limacciose acque tiberine. “Grande, grandissimo avvenimento .... ora bisogna andare fino in fondo e portare anche in Roma la capitale dando al Papa tutte le guarentigie che Cavour, Ricasoli e tu e tutti gli uomini più eminenti d’Italia hanno escogitato ...... Il motto Roma è nostra fu una scintilla elettrica che corse da un capo all’altro d’Italia eccitando un entusiasmo profondo.” Così lo statista e patriota Quintino Sella, in una lettera del 21 settembre 1870, aveva comunicato a Marco Minghetti tutto il suo entusiasmo per l’avvenimento, il quale non solo coincise, come si diceva, con

l’ unità politica italiana, ma anche con il radicale cambiamento di ruolo, economico e politico, della città: all’idea perorata in prima persona dal generale Garibaldi che avrebbe portato la città ad essere “... industriosa e prospera, affinche sotto ogni rapporto essa possa tener alta la fronte fra le secondogenite sue sorelle di Europa” , si contrapponevano gli interessi di coloro che vedevano nell’inevitabile espansione urbanistica un motivo di lucro e di un ritrovato decoro. In ogni caso entrambi gli intendimenti dovevano scontrarsi con la realtà del riassetto idraulico del Tevere e della campagna romana: Roma non poteva assumere l’aspetto di capitale moderna ed europea se non si provvedeva a liberarla dai capricci del suo fiume e dalle plaghe malariche che la circondavano. Non erano stati pochi coloro che ritenevano la città poco sicura dal punto di vista sanitario. Nell’ambito del dibattito parlamentare che precedette la proclamazione di “Roma Capitale”, Stefano Jacini, senatore del Regno ed esponente del partito degli “antiromani”, affermò: “Noi lasciamo una città che ha tutte le condizioni piu vantaggiose per una capitale ... che è ben lungi dal presentarne altrettante. Infatti niuno potrebbe negare che Firenze non solo è, per lo meno pari a Roma come grande città moderna, ma che la supera grandemente per salubrità di clima, locchè parmi cosa non indifferente” (Senato del Regno discorso 23 gennaio 1871)

Ovviamente motivi storici ed ideali favorirono la scelta romana, ma le questioni della regolazione idraulica tiberina e del bonificamento della campagna romana apparvero sin dall’inizio improcrastinabili, tanto “... che risolvere la questione dell’Agro avrebbe significato per il giovane stato italiano un punto d’onore, un forte argomento di rivalsa e superiorità nei confronti del passato governo. Sembrava quasi che si volesse giustificare agli occhi del popoIo romano, non ancora completamente convertito al nuovo stato di cose la necessità e l’importanza del trapasso avvenuto proprio in  virtù di un’efficace e rapida azione di risanamento della campagna circostante l’Urbe”.

Il bonificamento e l’arginatura tiberina, dunque, rimanevano il problema centrale poichè avrebbero consentito l’impellente sviluppo urbanistico della nuova capitale: dal 1870 al 1878 si assistette alla stesura di molteplici progetti, si accesero dibattiti, discussioni tecniche, scontri parlamentari, campagne di stampa sulla migliore modalità per la bonifica delle depressioni palustri litoranee e la sistemazione del tratto urbano del fiume, ma, nonostante l’indubbia influenza del generale Garibaldi, che perorava in prima persona iniziative ed intenti, difficoltà burocratiche, amministrative e politiche impedivano e ritardavano l’attuazione pratica degli intendimenti.

 

LE PIENE TIBERINE

Il fiume Tevere nel tratto urbano ha una portata media di 230 mcb al secondo, una portata massima di 3450 mcb al secondo ed una minima di 100 mcb al secondo. La velocità media della corrente varia da 29 a 49 metri al secondo; il dislivello tra l’idrometro di Ripetta ed il mare è pari a metri 7,0 per una pendenza dello 0,20 per mille. Il fiume trasporta kg 1,45 per mcb di materiali solidi in sospensione per un ammontare annuo di 10.500.000 tonnellate di sabbie, limo ed argilla che arrivano al mare. Il suo sviluppo assiale da Roma alla foce è di km 34,26.Da secoli le piene tiberine avvenivano con due distinte modalità: per espansione e per corrente. Nel primo caso il fiume penetrava nei quartieri più bassi della città attraverso gli scoli fognari ed i fossi,tale piena capitava mediamente una o due volte l’anno ed il pericolo veniva segnalato dal famoso

occhialone di ponte Sisto. Nel caso, invece, delle piene per corrente il fiume rompeva gli argini all’altezza di ponte Milvio e penetrava nella città da Porta Flaminia. Nel 1781 fu messo in opera il famoso Idrometro di Ripetta su iniziativa dell’Accademia Meteorologica di Mannheim: da questo momento l’altezza del fiume ha il suo punto di riferimento per cui è possibile la classificazione delle sue portate. Lo stato di magra, infatti, corrisponde ad un livello idrometrico di m. 5,50 sullo 0 di Ripetta pari ad una portata di 110 metri cubi al secondo, lo stato normale è dato da una altezza variabile dai 5,50 a 7,00 metri per una portata di circa 280 mc/s, mentre lo stato di intumescenza prevede  un’altezza dai 7,00 m. ai 10,20 per 800 mc/s, lo stato di piena ordinaria implica un innalzamento dai 10,20 m. ai 13,00 m. con portata di 1500 mc/s, lo stato di piena straordinaria da 13,00 metri a 16,00 m. corrispondenti a 2000 mc/s, infine lo stato di piena eccezionale con una altezza di oltre 16 metri sullo 0 di Ripetta e portata variabile tra i 3000 e i 3300 mc/s.

L’esigenza di proteggere Roma dai capricci tiberini è, quindi, una delle grandi costanti della storia di questa città. Gli interventi alla foce operati sotto l’impero di Claudio e Traiano sono solo alcuni esempi dell’attenzione con cui si cercava di risolvere il problema delle alluvioni. La soluzione prospettata era stata per secoli quella di semplificare il percorso del Tevere scavando “drizzagni” che, eliminando alcuni meandri, aumentavano la velocità di scorrimento delle acque con conseguente diminuzione delle piene: il regime di questo fiume, collegato in modo particolare a precipitazioni piovose, comportava improvvise variazioni di portata per cui diveniva prioritario togliere ogni ostacolo al defluire delle acque. Altra soluzione, più vicina alle realizzazioni moderne, era quella di Antonio Trevisi che propose nel 1560 a Papa Paolo IV la creazione di un bacino di contenimento delle acque di piena a monte di Roma. Per secoli la vita romana fu scandita dai capricci del suo fiume e solo nel 1877 iniziarono i lavori, che non solo modificarono l’alveo urbano del fiume, ma portarono a soluzione il problema: dal 1926, con la conclusione delle opere di arginatura, il Tevere non presentò più il problema delle alluvioni rovinose. Negli anni successivi la sistemazione idraulica dell’intero bacino, con la costruzione di dighe che frenano le ondate di piena lungo tutto il percorso , condannò il fiume ad un perenne stato di magra, per cui è assai difficile che le giovani generazioni possano comprendere le paure che accompagnavano la vita dei cittadini romani dei secoli passati.8 Comunque con l’Unità d’Italia il problema fu affrontato in maniera definitiva. Con decreto del 1 gennaio 1871 il ministro dei Lavori Pubblici Gadda nominò una commissione di studio con l’incarico di valutare la situazione e di proporre soluzioni.9

 

I LAVORI DELLA COMMISSIONE GOVERNATIVA

Il compito della commissione fu quello di studiare le condizioni del Tevere e dei suoi principali affluenti, di analizzare le cause che procuravano le esondazioni e proporre soluzioni per migliorare il sistema fiume al fine di evitare le piene più disastrose. Durante il primo anno di lavoro, nel corso di diciannove adunanze, furono affrontati tutti i problemi che riguardavano il corso tiberino: dalla deviazione ai rettifili, dalla sistemazione del tratto urbano alle possibili alternative. Fu inizialmente esaminata la proposta di un membro della stessa commissione, l’ing.Betocchi, che seguiva, in grandi linee, il progetto degli antichi imperatori romani: la realizzazione di alcuni “drizzagni” avrebbe aumentato la velocità di scorrimento delle acque a tutto vantaggio del contenimento delle piene, in particolare un raddrizzamento dell’alveo tiberino si sarebbe dovuto mettere in opera da ponte Milvio all’ospedale di Santo Spirito.

Lo stesso Ing. Possenti, presidente della commissione, aveva lavorato all’intendimento di eliminare i meandri che costituivano sia a valle che a monte di Roma l’impedimento al veloce scorrere delle acque fluviali, ma infine fu approvato il progetto dell’ing. Canevari che si basava sulla costruzione di muraglioni nel tratto urbano della Capitale per un altezza superiore al livello delle piene straordinarie.

Nella sua adunanza del 7 dicembre 1871, con otto voti favorevoli e due contrari, fu deliberata l’indicazione che prevedeva la costruzione di muri di sponda e collettori fognari nel tratto urbano. A questo punto si inserisce nella storia dei muraglioni di Roma il Generale Giuseppe Garibaldi, il quale”…prorompendo con quell’ardore e con quella vigorosa forza impulsiva con la quale guidò le schiere dei liberatori della patria in tante gloriose pugne, ravvivò la questione col farsi iniziatore della legge 6 luglio 1875”. Questa legge prevedeva una spesa complessiva di 60.000.000 di lire e l’approvazione del Governo, previo parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, per tutte le opere da compiersi. Successivamente, nell’ambito dello stesso Consiglio, fu nominata una commissione che classificò tutte le proposte elaborate in quattro categorie di intervento: la prima riguardava la“…sistemazione del tronco urbano del Tevere e costruzione di chiuse e serre montane attraverso ai principali influenti del fiume medesimo, progetto sviluppato dal signore ingegnere Giordano ed in parte dal signore ingegnere Bergolli…”, la seconda la “…deviazione del Tevere dall’interno di Roma ed escavazione di un nuovo alveo esterno sulla sponda sinistra con derivazione di parte delle acque per alimentare il canale interno con una determinata portata; proposte fatte dall’onorevole generale Garibaldi…”, la terza prevedeva la “…sistemazione del tronco urbano del Tevere e canale esterno per smaltire con sfioratore a stramazzo una data quantità delle piene, sviluppati col progetto dal commendatore Baccarini…”, la quarta, infine, prendeva in considerazione”…la sistemazione del tronco urbano del Tevere con sponde murate e Lungotevere e fognoni per gli scoli della città, proposta dalla Commissione governativa e sviluppata dall’ingegnere commendatore Canevari, dall’ingegnere Vescovali del municipio e dalla società Il relatore Cadolini, concludendo i suoi lavori il 23 novembre 1875 propose al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici di adottare la quarta proposta con una maggioranza di quattro voti contro uno e nella seduta finale del 29 novembre 1875 lo stesso Consiglio Superiore approvò, con 13 voti contro 8, il progetto Canevari-Vescovali. Certamente l’elemento vincente era costituito dal fatto che in un’unica soluzione si prendevano in esame tre distinti problemi: la sistemazione idraulica del Tevere, la realizzazione di una efficiente rete fognaria e la realizzazione dei lungotevere, concepiti come  grandi e spaziose vie urbane destinate a favorire il decoro della capitale d’Italia. La legge 6 luglio 1875 aveva risolto la questione dell’opportunità di fare l’opera, conseguentemente furono avviate le procedure per l’applicazione pratica: considerazioni di ordine generale relative a finanziamento e credito non potevano limitare i “…doveri della nazione verso questa antica metropoli che racchiude in sé le memorie ed i monumenti di molti secoli della storia dei popoli antichi; essa doveva essere oziando ispirata dal sentimento a tutti comune di far si che i nobili eccitamenti, venuti da un uomo che prese una parte così eminente, e che prestò una si gloriosa cooperazione, alla rivoluzione italiana, non fossero posti in non cale”.

 

IL PROGETTO “GARIBALDI”

Con la realizzazione dell’unificazione italiana, che era stata il suo più grande sogno, il generale Garibaldi si dedicò alla Capitale con tutto l’entusiasmo di cui era capace. Roma “…fu e sarà fino allafine l’ideale di tutta la mia vita…” scriveva nel 1875; dal 1871, infatti, l’eroe dei due mondi concentrava i suoi sforzi per rendere la città moderna e prospera. Per questo motivo tra il febbraio 1875 ed i primi mesi del 1876 fu promotore di quattro distinti progetti. Il primo venne redatto dal patriota garibaldino Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli), questo progetto prevedeva lo scavo di un canale diversivo lungo diciassette chilometri e largo sessanta metri, che avrebbe dovuto deviaregran parte delle acque tiberine dall’alveo naturale. Questo canale, aggirando Roma ad Est, doveva partire dalla zona di Serpentara, lungo la via Salaria, per confluire nel vecchio corso nella zona di San Paolo.

Un altro progetto fu ideato dal colonnello del Genio Militare Luigi Amadei: anch’egli fervente garibaldino prevedeva, analogamente a quello Filopanti, la deviazione del Tevere e la regolamentazione della portata nel tratto storico urbano, ma divergeva per la realizzazione di una serie di “drizzagni” nel tratto di “Prati di Castello” e nel convogliare tutte le acque in un collettore sotterraneo all’altezza dell’ospedale di Santo Spirito15. Un terzo progetto fu suggerito al Generale Garibaldi dal Alfredo Baccarini che, ridimensionando i primi due, prevedeva lo scavo di un semplice canale diversivo ad Est di Roma per le sole eccedenze in caso di piena16. La quarta proposta, elaborata assieme

a Luigi Amadei, fu l’ultima trincea per il Generale: in essa si ripercorrono i tre progetti precedenti ricalcandone i criteri generali.

 

LA COSTRUZIONE DEI MURAGLIONI SUL TEVERE.

IL PROGETTO “CANEVARI”

(Raffaele Canevari -Roma, 1828 - Roma, 1900- , laureatosi in Ingegneria a Roma nel 1853, si avviò ben presto nella pratica della professione specializzandosi in ingegneria ferroviaria, allora ritenuta la più moderna ed ambita applicazione nella scienza delle costruzioni. Con la nascita del nuovo Stato Unitario fu sempre più coinvolto nelle vicende della nuova urbanizzazione di Roma Capitale e di altre città. In questo campo fu incaricato della realizzazione di importanti lavori, fra cui l'impianto di approvvigionamento dell'acqua potabile per la città di Firenze (1869) e la sistemazione del tronco urbano del Tevere a Roma (1871-1877). Ebbe inoltre parte al dibattito in merito alle principali opere pubbliche e al riassetto urbanistico di Roma capitale  al punto da divenire uno dei fautori della sistemazione idraulica dell’Agro Romano e della necessità di proteggere la città dalle inondazione tiberine con la costruzione dei “muraglioni”. Dal 1878 per venticinque anni ricoprì la carica di ispettore nel Consiglio Superiore dell’Agricoltura e già dal 1871 faceva parte della commissione per il piano regolatore di Roma. Fu componente del Consiglio di Amministrazione della Società delle Ferriere dal 1886 al 1895. Nel 1887 concordò con Pareto sulla necessità di aumentare il capitale della Società. Nel giugno 1889 ebbe delega, insieme ad Allievi, per la firma dell'atto con cui la Società delle Ferriere fu autorizzata a revocare qualsiasi mandato di procura a favore di Pareto. Amico personale di Quintino Sella nel 1872 iniziò la costruzione del Ministero delle Finanze di via XX Settembre che si protrasse fino al 1876 . Era socio fondatore  dell’Immobiliare)

Con il progetto “Canevari” si avviò alla soluzione il problema della sistemazione del tratto urbano del Tevere: dopo la rovinosa piena del 27-29 dicembre 1870, che portò il livello delle acque fluviali a 17,22 metri, misurati sullo zero di Ripetta, il fervore per risolvere i problemi idraulici si unì a quello dell’ampliamento urbanistico della città. L’importanza di tale soluzione risulta evidente se si considera che dal momento della sua realizzazione il fiume, ormai imprigionato nel suo alveo, non darà più quelle preoccupazioni ricorrenti nella storia romana. L’ing. Canevari e l’ing. Vescovali, infatti, senza deviare il corso d’acqua tiberino nel tratto urbano, lo “incatenavano” in maniera permanente anche se continuava ad esistere nel contesto cittadino. “Snaturato nelle sue funzioni,- afferma Maria Catalano - non più navigabile, percepibile dall’alto delle spallette dei ponti e dei lungotevere,

diveniva asse viario di primaria importanza nel nuovo tessuto urbanistico di Roma Capitale”.

Inoltre venne proposto l’allargamento del Tevere alla Farnesina con un taglio sulla riva destra fino al ponte Sisto. Il 3 dicembre 1876, con la concessione del primo appalto, si procedette alla sistemazione dell’alveo fluviale nella zona di ponte Milvio, cruciale per le piene “per corrente”, la rimozione di tutti gli ingombri che potevano rallentare la corrente, la costruzione del primo tratto dei “muraglioni” tra il costruendo ponte Margherita e Testaccio. In modo particolare questi muri di contenimento avevano lo scopo di regolarizzare il fiume tenendo conto che l’ampiezza dell’alveo non doveva essere inferiore ai 100 metri: si ritenne, infatti, che tale arginatura, dovesse essere risolutiva ai fini di preservare Roma dai flagelli tiberini. In ogni caso il punto cruciale della sistemazione idraulica del Tevere era rappresentato dall’Isola Tiberina: nel progetto Canevari se ne prevedeva la soppressione prosciugando il ramo sinistro ed ampliando quello destro con la ricostruzione del ponte Cestio, successivamente si pensò bene di non togliere ai romani l’Isola optando per il semplice restringimento del sinistro ed il raddoppio di quello destro, garantendo, però, una larghezza totale dell’alveo di 130 metri. L’intervento di maggior impegno si realizzò nel tratto Castel S.Angelo – Ponte Sisto dove con opportuni espropri furono abbattute famose costruzioni, come palazzo Altoviti, per dar luogo ad un drizzagno che incanalava il fiume in un punto particolarmente soggetto alle esondazioni. Sicuramente “…Prescindendo dalla validità o meno dell’operazione, - continua Maria Catalano - i muraglioni cancellavano un’immagine, e con essa le funzioni connaturate, della città in relazione al fiume. Ne sostituivano un’altra – a sua volta contraddetta e distorta da quella odierna – intimamente legata all’ideologia della nuova capitale” . Nei nuovi Piani Regolatori di Roma le nuove arginature assumevano un significato preciso al punto che nel Piano del 1883, assieme ai nuovi ponti23 che avrebbero abbellito la città sul modello di Parigi e di Londra, si stabiliva che i lungotevere sarebbero stati “… corrente di traffico, fronte edilizio e zona di passaggio…”.

Nel 1905 in tutto il tratto del centro storico erano state realizzate le opere previste, mentre l’intero progetto fu compiuto nel 1926: in cinquanta anni, quindi, si concluse un ciclo di lavori che avrebbe ambiato radicalmente ( ed inutilmente aggiungiamo)  il volto di Roma.

 

LE PALUDI DEL LITORALE DI ROMA

Nel 1870 l’area del delta tiberino era caratterizzata da estesi terreni palustri dominati dai grandi stagni salmastri di Ostia e Maccarese: in un paesaggio cosparso di ruderi, in cui si potevano ammirare i resti delle antiche città di Ostia e Porto, le acque stagnanti costituivano l’elemento di spicco in una landa disabitata. Nel 1874 l’ingegner Raffaele Canevari, incaricato dei primi rilievi per l’opera di bonifica, così descriveva il territorio che circondava la Capitale: Bisogna visitare quei luoghi verso il termine del la estate sotto i raggi infuocati del sole. Ormai le acque si sono ridotte nei più stretti confini; entro quel liquido tiepido, nero e pigro emigro il mondo animale che vi si muove in un numero sterminato di rettili, d’insetti, di pesci che con alterna e febbrile attività muoiono e si riproducono incessantemente ed in relazione alle condizioni di umidità e di calore che vanno di mano in mano cangiando; e le grandi piogge autunnali avvivano questa attività e la rendono più spaventosa, imperocchè allora la pestilenza ed il fetore spandesi parecchie miglia all’intorno, ed Ostia rimane città senza abitanti; in essa niuno vi nasce perchè famiglia non vi siede; nessuno vi muore se di morte violenta non soccombe”. Ed ancora : “Le miserande condizioni di questi luoghi fanno singolare contrasto con la tradizione storica che sulle foci del Tevere ci descrive popolose e sontuose Città, e su queste spiagge marine, ove regna ora la solitudine, una lunga sequela di palazzi e di ville. Chi oggi visita quella regione sarebbe indotto a ritenere mendace la storia, se gli avanzi degli antichi edifizi non rimanessero atestimonio della floridezza e salubrità di una volta”

L’infezione malarica, in special modo durante i mesi estivi, impediva ogni insediamento umano stabile e le uniche attività produttive si concentravano nella produzione del sale, nelle antiche saline e nell’allevamento. In particolare questa attività si giovava dei ristagni che costituivano le cosiddette piscine, una sorta di abbeveratoi naturali fondamentali nella pratica rurale.

Tale situazione era dovuta alla particolare dinamica del delta del Tevere che nel suo continuo processo di avanzamento generava diverse condizioni altimetriche al punto che l’intero territorio si presentava con un drenaggio naturale difficoltoso se non addirittura impossibile. Dai rilievi compiuti dall’ing. Raffaele Canevari nel 1874 si evinceva che le paludi dell’Agro Romano si estendevano per 21.267 ettari. Il 20 novembre 1870 per Regio decreto si nominava la prima commissione di studio per la bonifica dell’Agro; la necessità impellente di provvedere a rendere salubre la Capitale ed il suo circondario, indusse i nuovi amministratori di Roma a forzare i tempi per risolvere il problema delle paludi. Ma difficoltà di ordine economico e politico rallentarono di molto lo sviluppo pratico dei progetti. Nel marzo 1873 una seconda commissione formata dagli ispettori del Corpo Reale del Genio Civile Pareto, Brauzzi e Bompiani provvedeva alla compilazione del primo progetto di massima per la bonifica degli stagni di Ostia e Maccarese.

Contemporaneamente Giuseppe Garibaldi, deposta ormai la spada, era in prima fila nel proporre soluzioni che avevano lo scopo di risanare Roma ed il suo territorio: Egli prevedeva per questa città uno sviluppo moderno e funzionale in modo da eguagliare e sopravanzare le altre capitali europee. Il suo progetto era concettualmente semplice anche se richiedeva tempi ed investimenti scarsamente disponibili in quel periodo; per sviluppare tecnicamente questo progetto fu chiamato il patriota Quirico Filopanti, già professore di meccanica ed idraulica all’università di Bologna. In una lettera

del marzo 1875 scriveva : “Generale, Dopo di aver conferito un inestimabile beneficio politico al Popolo Italiano, propugnando più efficacemente di ogni altro sui campi di battaglia la nostra politica, indipendenza ed unità, voi volete oggi promuovere un insigne vantaggio materiale per l’Italia in generale, per Roma in particolare, liberando questa dai pericoli dell’inondazione del Tevere, e col far ridivenire fertili e salubri le desolate campagne che la circondano...”

Ed in risposta il 16 marzo 1875:

“Caro prof.Filopanti, ...Il canale che dovrà passar nell’interno di Roma, potrà aver incirca 100 metri quadrati di sezione trasversale, e le acque del Tevere vi entreranno per una chiavica con cui se ne potrà regolare la quantità. Questo canale, dopo d’aver percorso l’alveo urbano, ove riceverà tutti gli scoli della città, uscirà fuori di Porta Portese, non per unirsi al Tevere, ma per seguirlo parallelamente e dirigersi verso le immense pianure del Maccarese, onde colmarle e fecondarle...Secondo il mio parere, e dei miei amici tecnici, la deviazione del Tevere, il canale urbano, ed il Porto non giungeranno alla spesa di 80 milioni...”

Le conclusioni dei progettisti del Corpo Reale del Genio Civile, però, non coincidevano con quelle del generale Garibaldi: dopo i rilievi altimetrici compiuti nel 1874 dall’ing. Raffaele Canevari apparve evidente che la soluzione più sperimentata e meno costosa in termini sia di tempo che di denaro fosse quella del bonificamento idraulico. A questo proposito nel 1879 venne creato, sotto la direzione del comm. Amenduni, uno speciale ufficio per redigere i progetti di massima e il successivo 15 luglio 1880 tali progetti furono approvati in via definitiva da parte delle competenti autorità. Infine nel novembre 1884 ad un nuovo ufficio del Genio Civile venne affidato lo studio particolareggiato ed esecutivo dei lavori. Ovviamente tutto questo fervore nella creazione delle strutture progettuali della bonifica apparve ai più come uno dei tanti tentativi di procrastinare l’inizio dei lavori, visto che erano già passati diversi anni dall’approvazione della legge che prevedeva il risanamento idraulico. Questo modo di fare procurò fiere prese di posizione, tra cui significativa quella di Garibaldi, ed anche le ironiche cronache di alcuni organi di stampa come

“Il Messaggero Illustrato” del 2 dicembre 1884: “Bonificamento idraulico dell’Agro Romano”. Visite e Commissioni.

"Una buona notizia, per tutti quelli cui sta a cuore la bonifica di quella mefitica palude, che sta a due passi dalle porte della Capitale, chiamata col pomposo nome di Agro Romano. Non sarebbe meglio chiamarlo Pantano Romano? Ieri si è di nuovo radunata la Commissione bonificatrice sotto la presidenza del comm. Bompiani, e che credete abbia deciso? Forse di dar mano ai lavori? Oh! ma queste sono utopie. Stabilì il modo come preparare la relazione, che dovrà presentarsi al Parlamento, a termini di legge, indovinate un po’ della legge 11 dicembre 1878. Vi par poco dopo 6 anni? Eppure la è proprio così, dopo 6 anni a forza di Commissioni siamo giunti ad un’altra seduta di commissione. E così si cammina.”

 

LA BONIFICA DELLA CAMPAGNA ROMANA: MACCARESE

Il 25 novembre del 1884, con l’arrivo a Fiumicino degli operai romagnoli dell’Associazione Generale degli Operai Braccianti del comune di Ravenna, iniziò il risanamento idraulico della campagna di Roma. L’abbattimento della pineta di Ostia fu il primo atto del lavoro dei bonificatori. La bonifica dell’Agro Romano si presentò difficile fin dai primi momenti: la sua attuazione era prevista inizialmente in 48 mesi compresi quelli malarici, in cui non si poteva lavorare, per un importo complessivo di £ 5.200.000. Per la bonifica di Ostia era prevista una spesa, per i soli movimenti di terra, di £ 1.070.000 (importo peritale)che depurati del ribasso d’asta del 12,03% divenivano £ 941.279,00 (importo contrattuale), per Maccarese, invece, la previsione si aggirava su un importo peritale di £ 1.292.000,00 che con il solito ribasso d’asta si arrivava a £ 1.136.572,40. La società Canzini e Fueter che aveva vinto la gara d’appalto, si aggiudicò i lavori per lo scavo dei canali per lire 2.077.851,40.  Sia i tempi che le previsioni di spesa si rivelarono presto inadeguati al punto che nel 1891 l’impresa appaltatrice chiese allo Stato la liquidazione delle competenze e la rottura del contratto; questo fatto comportò una multa di £ 39.996,00, anche se il lievitare dei costi aveva fatto entrare nelle casse della Canzini e Fueter una cifra pari a 3.110.504,18. Infatti con la legge 8 luglio 1888 lo stanziamento per la bonifica della campagna romana era passato a £ 7.500.000 per coprire la maggiorazione dei costi dovuta a difficoltà tecniche. Ai bonificatori ravennati, però, arrivarono solo le briciole: di tutto questo movimento di denaro solo £ 800.000 entrarono nelle loro casse.

La bonifica fu eseguita con una tecnica ed un progetto innovativo: in un primo momento, infatti, era prevista la separazione dei grandi crateri palustri di Ostia e Maccarese dai terreni circostanti da cui arrivava la gran parte delle acque che causavano l’impaludamento. Tale separazione fu avviata con lo scavo di canali di acqua alta che raccoglievano l’apporto idrico dei terreni collinari convogliando direttamente al mare le eccedenze, in un secondo momento, dopo l’entrata in funzione delle idrovore ed il conseguente svuotamento degli stagni, si scavò il sistema di drenaggio delle acque basse. La messa in opera dei canali di Dragoncello e della Lingua isolò completamente lo stagno di Ostia consentendo alle idrovore, il 16 dicembre 1889, di svuotarlo completamente in 12 giorni ed 8 ore. I canali della bonifica idraulica furono scavati con pendenze che andavano dal 12 al 30 per mille onde consentire un afflusso continuo alle macchine idrovore per il conseguente sollevamento e l’avvio al mare. Solo alla fine dell’ottocento, però, si potè avviare una prima esperienza di quella bonifica agraria prevista dalla legge: una prima forma di colonizzazione stabile fu portata avanti nel 1890. Quattro famiglie ravennati per due anni avviarono una prima sperimentazione, ma solo verso la fine del 1892 furono inviate nella campagna romana trenta famiglie con lo scopo di costruire una struttura agricola vera e propria. La costituzione di una colonia cooperativa rappresentò qualcosa di molto diverso rispetto alla situazione che comunemente si viveva nell’Agro Romano: inizialmente le pratiche agrarie furono indirizzate alla coltivazione del frumento, anche se era possibile introdurre nuove colture previo accordo con la direzione sociale. A carico della società erano le opere più dispendiose e più impegnative dal punto di vista tecnico: l’aratura dei campi, l’espurgo dei fossi costituivano un onere particolarmente gravoso che solo l’Associazione poteva garantire, inoltre tutti gli attrezzi agricoli, dai carri di trasporto alle macchine per la battitura del frumento, erano di proprietà della stessa società dei braccianti. Le famiglie romagnole che decidevano di partecipare alla Colonia di Ostia erano sottoposte all’obbligo di soggiornare nell’Agro per almeno tre anni anche se potevano ritornare a Ravenna durante i mesi malarici(Luglio, Agosto e Settembre); tali famiglie corrispondevano alla AGOBR un canone di affitto mensile di lire 5 per l’alloggio situato nell’antico borgo di Ostia e una somma di 1,75 lire giornaliere per il vitto. Mettere a coltura una zona appena bonificata significava, comunque, investire forti somme di denaro anche se l’appoggio governativo non mancò ai ravennati per realizzare quello che la legge 8 luglio 1883 n 1489 prevedeva come bonifica agraria, ma in ogni caso la

Colonia di Ostia diveniva ogni giorno di più un pesante fardello per le finanze della società dei braccianti di Ravenna. Inoltre il problema malarico era sempre presente nonostante le precauzioni: infatti questo non si risolveva con lo scavo dei canali e il riordino delle acque stagnanti, ma attraverso la creazione di misure igieniche tali da assicurare uno stabile insediamento umano. La bonifica idraulica non implicò l’automatica cessazione dell’infezione malarica, poichè il ristagno dell’acqua, negli stessi canali di bonifica durante i mesi estivi, provocava il proliferare della zanzara anofele. La colonizzazione stabile si ottenne, quindi, a prezzo di grandi sacrifici:”...pietosa e lunga – affermava il noto malariologo dott. Angelo Celli  

 

INTRODUZIONE ODIERNA

di Roberto Grappelli (Segretario Generale Autorità di Bacino del Fiume Tevere)

Non si può pensare a Roma senza pensare al Tevere, ed al loro stretto legame che dura da secoli. Il “Fiume”, così lo chiamavano i romani, è parte integrante della città, della sua storia, ed è stato la sua maggiore risorsa per secoli fino a quando fu “condannato” ad essere relegato (costretto) nel tratto cittadino dentro i muraglioni a 17 metri di profondità. I romani sono particolarmente legati al loro “biondo” Tevere e nel corso della sua lunga storia hanno avuto la necessità di trovare una soluzione efficace per proteggere la città dal pericolo delle alluvioni sia di grande entità, come quelle del 1598 e del 1870, che da quelle più modeste, chiamate  dal Belli “acquetta”; questi ultimi eventi si verificavano più volte all’anno a causa delle piene ordinarie quando il fiume, pur rimanendo nel suo alveo e quindi con modesti innalzamenti del suo livello, provocava effetti di rigurgito lungo i fossi, lungo le marane e lungo le fognature, allagando le aree circostanti.

Questi due distinti tipi di eventi portarono alla progettazione e realizzazione dei “muraglioni”, la cui realizzazione (fine Ottocento e inizio Novecento) interessa le rive in sinistra ed in destra nel tratto urbano centrale.

E’ da ricordare che prima dei muraglioni il Tevere straripava quando il livello idrico era a circa 12 metri allagando la città in varie importanti zone del centro storico come la Farnesina, Prati, San Pietro, Corso Umberto, Piazza Navona, Pantheon ecc. Oggi, come sarà precisato successivamente, si parla di quota di rischio quando il livello idrico raggiunge circa i 17 metri. Nello scorso novembre dicembre, quando si sono verificati i noti eventi di piena, non si sono avuti fenomeni di rigurgito in fognatura in quanto il livello massimo raggiunto dal Tevere non ha superato mai 11,50 metri. Certamente la realizzazione dei muraglioni ha comportato uno stravolgimento della vita del “Fiume”, con particolare riferimento all’epoca “papalina”, in quanto sono sparite molteplici attività

che erano caratteristiche romane: i mulini galleggianti, immortalati da vari autori ed in particolare dal Vanvitelli, le piccole barche per il traghetto tra una sponda e l’altra, i conciatori di pelle, gli stabilimenti balneari, gli acquaioli ed in particolare due grandi Porti, Ripagrande e Ripetta, che all’epoca hanno dato grande impulso alle attività commerciali.

L’accento posto sul rischio idraulico non è casuale. Introduce, infatti, uno dei compiti che l’Autorità di Bacino del fiume Tevere, di cui sono Segretario Generale dal 1999, è preposta ad assolvere a seguito dell’emanazione della legge istitutiva dell’Ente n. 183 del 1989. Gli altri compiti istituzionali riguardano il recupero idrogeologico della rete superficiale, la salvaguardia della qualità delle acque, la tutela dell’assetto ambientale dei suoli, la razionalizzazione dell’uso delle risorse idriche, l’utilizzo dei corsi d’acqua e la valorizzazione e salvaguardia del territorio per gli aspetti ambientali,

monumentali e paesaggistici. Per gli aspetti idraulici l’Autorità di bacino ha condotto specifici studi finalizzati principalmente a pianificare, programmare e disciplinare, in linea tecnico-economica, gli interventi su un territorio di circa 17.500 kmq che comprende le regioni Emilia Romagna (dove è sita la sorgente), Marche, Abruzzo, Toscana, Umbria e Lazio, compresa la costa tirrenica influenzata dalla foce. Lo spirito con cui si è operato e si sta operando è quello di non considerarsi un soggetto meramente vincolante ma di voler svolgere un ruolo propositivo di indirizzo verso modelli insediativi e produttivi che maggiormente si adattano alle caratteristiche del territorio con particolare riferimento

agli aspetti idrogeologici. L’Autorità di bacino svolge il ruolo di “cabina di regia” preposta alla pianificazione ed al coordinamento delle azioni di pianificazione e gestione del bacino idrografico, con il coinvolgimento attivo delle istituzioni che afferiscono al bacino, quali i ministeri, le regioni, le province e gli enti locali. Le attività previste nella pianificazione a scala di bacino sono attuate dagli Enti competenti per territorio nel rispetto delle loro specifiche prerogative, autonomie e competenze.

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