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Partiamo per due tangenti. Perché due? Melius  abundare quam deficere.

Tangente uno-In un altro articolo, molto sobrio dal punto di vista etilico, dichiarai che a mio parere la differenza del romano, dalle mille altre genti italiane,  è dovuto al sostrato storico: cioè quello di avere vissuto almeno 14 secoli ( non sono pochi) in un brodo di coltura, sterilizzante ed auto sigillante, come era il Papato a Roma in una continua fusione di sacro e profano. Lo stesso dicasi per la Garbatella, escludendo il sacro.

Borgate e Pasolini. Con mio stupore risentito, scopro che anche la Garbatella veniva citata in quei tempi , come una "borgata", dal punto di vista tecnico di architettura civile, ma non certo nel senso pasoliniano.

Spiego:nel dopoguerra, chi emigrava dal sud, cercava di arraffare un pezzo di terreno che non appartenesse a qualcuno, abbandonato  o estremamente a buon mercato , per costruirci una casa fatiscente, che poi diventerà di mattoni e formerà l'unità elementare della borgata. In questo ambiente proletario di gente molto povera che doveva arrangiarsi in mille modi per sopravvivere, si sviluppava la "borgata", altare culturale di Pasolini, persona di cultura, che la viveva tuttavia tramite l'interpretazione dell'imbianchino Sergio citti, divenuto poi attore e regista. Ottimo argomento per discussioni cultural chic, che si presta a comportamenti "bastian contrari", interpretazioni spicce di sociologia, condite con un pizzico di antropologia e servite in un piatto di pseudo psicologia. Ma la borgata , rimane una borgata, esaltata oppure no.Possiamo creare mille miti od arzigogoli per combattere la situzaione, se ne siamo povere vittime, ma larealtà rimane la realtà. La Garbatella, non è mai stata una borgata in tal senso.

Tangente 2- Il conte del Grillo, tramite Sordi, poteva dire" Io so' io e voi non siete  'n cazzo" rivolto al popolino ed è stato accettato da tutti. Il proletariato non ha dato fuoco alle sale dove hanno proiettato il film. Forse perché era finzione scenica. Tuttavia se oggi dichiari che durante il periodo fascista, qualcosa  di buono sia stato fatto, sei messo alla gogna, nella migliore delle ipotesi. Il concetto non merita indagine e deve essere trattato come non appartenente al   "libretto rosso" delle guardie rosse. come nella Cina di Mao, anche i parenti dei parenti che hanno preso parte a progetti di parenti non inclusi nel libretto, debbono essere messi al bando. Eppure, archeologi ed architetti di sinistra, molte volta, a malincuore, guardandosi  intorno, prima di parlare, mi hanno dovuto confidare che alcuni loro colleghi del periodo fascista fecero cose egregie.

 

Andiamo al punto di convergenza di queste due tangenti, all'infinito. La Garbatella è la risultanza di queste due cose: nacque come quartiere organizzato e fatto molto bene. Cercando di elaborare il lutto di queste dichiarazioni, pseudo storici, cercheranno di sbattere sul tavolo della conversazione a mo' di bavaglio il fatto che poi mancando i fondi, le cose peggiorarono e non furono , come all'inizio e si ebbero i famosi "alberghi"

La Garbatella, sul finire degli anni ’20 è un vero e proprio territorio di sperimentazione urbanistica, in cui vengono applicate varie soluzioni: sono infatti presenti sia la "casa rapida", essenziale, che i villini palladiani, le case "minime" e gli alberghi suburbani. Le varie tipologie edili evidenziano il diverso ruolo svolto dai vari interventi. La "prima" Garbatella è legata ad un'idea di città giardino tutta italiana; ogni inquilino ha intorno all'alloggio un pezzo di terreno adibito ad orto e particolare cura è dedicata alla scelta di piante pregiate nell'ornamento dei giardini. Con le realizzazioni successive la” casa rapida” non prevede più lotti frazionati ma spazi e attrezzature collettive. La scelta di edificare "alberghi" suburbani viene adottata in seguito al fallimento della politica della casa rapida. Appena si evidenziò la forte incidenza dei costi di costruzione, la tipologia dei villino si trasformò in palazzina che, a sua volta, fu la soluzione intermedia tra il villino e l'edificio a "blocco”, un edificio architettonicamente elegante e di veloce realizzazione, comprendente in sé un modico numero di appartamenti e rispondente, meglio del villino, alle esigenze economiche e di sviluppo della città. Gli alberghi, quando furono costruiti, non mancarono elogi da parte dei giornali del tempo; nel marzo del 1928 il Messaggero recita : “Frutto di sperimentazione progettuale che rimanda a suggestioni futuriste.. questi edifici si notano per una migliore pratica costruttiva ed una perfetta utilizzazione degli spazi..” In realtà erano dei veri e propri dormitori pubblici, con i servizi in comune, destinati a concentrare gli sgomberati, gli espulsi dal centro storico, assieme a sorvegliati di polizia o ex confinati vittime del Tribunale Speciale .

TUTTAVIA il "garbatelliano" rimane tale, unico nel bene e nel male, non assimilabile ad altri quartieri, come Trastevere, Borgo od altri e lontano  anni luce dalle borgate.

Poi per spaccare un capello in due, nella stessa Garbatella, se si scava nell'animo dell'interlocutore, si percepisce una differenziazione interna ,   tra le due ondate di collocazione, la Garbatella della prima ora e quella degli "alberghi". Razzismo, ghettizzazione? No! Se interrogati a riguardo, la classica risposta del romano, lieve ma definitiva ed intransigente: nun so' come noi!

Pascarella: la scoperta dell'America. Le differenze non debbono essere per forza strabilianti: sono storiche , semplici, ma insanabili Il senso della storia nelle midolla del romano.

 "veddero un fregno buffo co’ la testa

dipinta come fosse un giocarello,

vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta

tutta formata di penne d’uccello.

Se fermorno. Se fecero coraggio:

- Ah quell’omo! - je fecero, - chi siete?

- Eh - fece, - chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Finite le premesse: è difficile di solito se non si è addetti ai lavori, immaginare   quanta storia si celi nella zona: basta menzionare la zona di   Via di villa Lucina, Via delle sette Chiese, Via Commodilla e via San Adautto e via Pomponia Grecina.

Di solito una storia ha due dimensioni: estensione e profondità

Noi qui vorremmo premiare l'estensione e sacrificare un poco la profondità, per non arrivare alle dimensioni di un tomo pesantissimo, che esuòla da una pura riflessione, quindi questa è un'illustrazione della Garbatella.

Cerchiamo di procedere in linea di tempo, anche se la prenderemo alla larga, molto alla larga.

Il tufo , come in tutta Roma, è il protagonista nascosto della Garbatella ed allora ci facciamo aiutare dall'amico Marco Gradozzi 

Anno 600.000 A.C - 211 D.C.

Il vulcano dei Colli Albani. L'attività di questo vulcano iniziò 600.000 anni fa, prodotta da un centro di emissione la cui camera magmatica era situata sotto la superficie di un lago.

Dal centro di emissione fuoriuscirono due distinte successioni di materiali: la prima, denominata "successione dei Tufi Pisolitici"  è il risultato dell'interazione tra il magma e l'acqua del lago, mentre la seconda, prodotta quando l'acqua era ormai scomparsa,prende il nome di "Complesso dei Tufi inferiori Durante la fase Vulcano Laziale furono prodotti sia tufi incoerenti sia tufi lapidari. Il materiale più antico prodotto dalle eruzioni del vulcano dei Colli Albani fu il tufo pisolitico, così denominato a causa delle piccole sfere di cenere  agglutinata in strati concentrici , intorno a un nucleo più solido. Il pisolitico si potrebbe definire "intermedio" tra la granulosità delle pozzolane e la compattezza del peperino.

Lo strato di tufo pisolitico depositatosi nell'area di Roma è spesso 5/10 metri. Essendo il più antico, lo si poteva cavare alle pendici dei colli, spesso in superficie, dove appariva di un colore marrone chiaro o grigio. I depositi di tufo pisolitico, in particolare quelli situati sui fianchi del colle Palatino,  costituirono per le comunità più antiche un rifugio, diventando in seguito le prime cave in area urbana. Nei primi secoli della loro storia i Romani cercarono il materiale da costruzione vicinal luogo in cui doveva essere utilizzato: ad esempio le Mura Serviane originali furono edificate con blocchi di tufo pisolitico estratti da cave situate in area urbana e ritrovate in epoca moderna durante gli scavi per la costruzione della stazione Termini. Altre, invece, sono state ritrovate ai margini orientali dell'Aventino: la cava di via di s. Giosafat, situata quattordici metri sotto il livello stradale, è inserita in una rete sotterranea che si estende fino a piazza Albania .Il tufo pisolitico era solido e resistente se collocato all'interno di una trincea, negli alzati, invece, mostrava tutta la sua fragilità.

Il tipo di materiale depositato determinò, fin dall'epoca romana, le modalità di approvvigionamento. I materiali sedimentari  venivano sfruttati in genere attraverso cave a cielo aperto. Nei rari casi di coltivazioni in sotterraneo, gli ambienti erano di piccole dimensioni e la sezione delle gallerie aveva una forma trapezoidale, con la base più larga del tetto.I materiali vulcanici erano scavati in gallerie e cunicoli attraverso il metodo denominato "per camere e pilastri". Gli ambienti di scavo variavano a seconda del materiale: le gallerie in cui si scavava la pozzolana erano larghe 3 metri ed alte tra i 3 ed i 5 metri, mentre quelle cui venivano cavati i tufi litoidi potevano raggiungere i 10 metri di altezza . I pilastri che venivano risparmiati erano generalmente a sezione quadrata. Lo sfruttamento avveniva su più livelli, anche se generalmente quello più elevato non superava i 15 metri dal piano di campagna. Una volta esaurita la loro funzione, le cave furono riutilizzate per gli scopi più diversi, come catacombe, luoghi di culto ( basta vedere il Mitraismo di duecento anni prima dello sviluppo del cristianesimo, per capire che anticamente l'uomo religioso aveva la tendenza a praticare il culto  sotto terra)e perfino come luoghi di stoccaggio di terreni di riporto. Le cave dismesse utilizzate come catacombe furono frequentate tra il III e il V secolo d.C.; erano situate generalmente al di fuori della cinta delle Mura Aureliane

Anno 211 - 217 al 1588 D.C.

piantina commodilla

Via delle sette chiese: "Non sappiamo che nome avesse la strada nel lungo periodo romano. Eppure un nome dovette averlo. La strada era troppo importante per i traffici commerciali dell'epoca per restare anonima. In antico, per agevolare il superamento della collina dove oggi sorge la Garbatella, si procedette a una "tagliata" della roccia tufacea. Lungo la nostra strada furono trasportati i materiali che giungevano a Roma per via di fiume, destinati alla costruzione delle Terme di Caracalla. Qui, trasportato nell'ultimo tratto per via fluviale, transitò nel 357 dopo Cristo l'obelisco donato a Roma dall'imperatore Costanzo destinato al Circo Massimo e trasferito nel 1588 a San Giovanni in Laterano. Nel 1536 sulla "Via per San Bastiano" sfilò il corteo che accompagnava l'imperatore Carlo V, sbarcato al porto fluviale presso San Paolo e diretto all'Appia, per fare pomposamente il suo solenne ingresso in città (in quell'occasione, per consentire il passaggio degli armati, fu anche allargata la "tagliata" della collina) Leggere l'intero articolo qui .

Anno 284-305 DC

L'attuale Garbatella fa parte  della  vasta zona tra l'Ostiense , l'Ardeatina, la Laurentina e l'Appia, strade consolari molto importanti. La zona, piena di tufo o cappellaccio , materiale usato per le costruzioni , è cosparsa di cave che poi diventeranno catacombe:  infatti abbiamo 

Via Ostiense
Tomba di san Paolo
Tomba di san Timoteo **
Catacombe di Commodilla
Catacomba di Santa Tecla
Via Ardeatina
Catacomba dei Santi Marco e Marcelliano (o di Basileo)
Catacombe di Domitilla
Catacomba della Nunziatella
Catacomba di Balbina **
Via Appia
Catacombe di San Callisto
Catacombe di Pretestato
Catacombe di San Sebastiano
Ipogeo di Vibia (con sepolture promiscue, pagane e cristiane)
Catacombe di Vigna Randanini *
Via Latina
Catacomba dei Santi Gordiano ed Epimaco
Catacomba di Aproniano
Ipogeo di via Dino Compagni
Ipogeo di Trebio Giusto

"La zona dell’Ostiense era zona cimiteriale. Col passare dei secoli, in epoca cristiana, cambiarono le sepolture ma non la zona. Fu così che lungo la Via delle Sette Chiese, sorsero numerose catacombe.

In quella zona, che in epoca antica si trovava a ridosso della Rupe di S. Paolo, si trova la Catacomba di Commodilla, dedicata ai Santi Felice ed Adautto. La storia dei due martiri si mescola alla leggenda. Felice, un prete o un diacono, si occupava del soccorso ai poveri. Si era sotto l’imperatore Diocleziano, quando le persecuzioni contro i cristiani, si fecero più feroci. Gli aguzzini, provarono a fargli abiurare la sua fede. Fu condotto, per una specie di esorcismo, davanti al tempio di Serapide, poi davanti ad un tempio di Mercurio, infine davanti al tempio di Diana sull'Aventino. Niente da fare. Felice restò fermo nella sua fede, mentre i suoi aguzzini non si fermarono neanche davanti al prodigio che li avrebbe dovuti distogliere dal martirio: le statue dei tre templi, racconta la storia, in sua presenza precipitarono. A questo punto per niente impressionati, presero il prigioniero e si incamminarono verso una collina che si trovava nell'attuale Via delle Sette Chiese. Lungo la strada si era formato un mesto corteo, dal quale si staccò un giovane che volontariamente si affiancò a Felice. L'atto gli costò la vita. Nessuno seppe quale fosse il suo nome, così fu chiamato Adauctus, cioè aggiunto.I due furono decapitati e i loro resti, seppelliti nel sottosuolo di quello che ora è il Parco di via Giovannipoli, che a quel tempo era proprietà di una certa Commodilla, la quale si occupò dei resti e dell'inumazione dei resti, dalla quale la catacomba prese il nome.

Il cimitero sotterraneo si sviluppa su tre livelli. Il livello più antico e più interessante dal punto di vista archeologico è quello mediano, ricavato in un'antica cava di pozzolana, riutilizzata a scopi funerari: è in questo livello che si trovano le sepolture dei martiri, in una piccola basilica ipogea, ed è da questo livello che si è sviluppato il resto delle catacombe.

Nel sopraterra non esistono monumenti, o resti di essi, in qualche modo connessi con le catacombe. L'analisi dei manufatti scoperti nell'ipogeo portano a datare le catacombe dopo la metà del IV secolo, mentre altre caratteristiche la fanno risalire agli inizi del IV secolo; inoltre la stessa passio data il martirio di Felice ed Adautto negli ultimi anni di vita dell'imperatore Diocleziano (284-305): ciò lascia supporre che la cava di pozzolana fosse utilizzata in parte come luogo di sepoltura già prima della sua chiusura e della sua trasformazione in cimitero (cioè nella seconda metà del IV secolo). Le catacombe furono utilizzate per le sepolture fino al VI secolo.

In seguito, come accadde per gli altri cimiteri sotterranei cristiani, essa fu trasformata in un luogo di culto martiriale: lavori di restauro alla basilica ipogea furono eseguiti da diversi papi fino al IX secolo, segno che ancora a quell’epoca le catacombe erano luogo di pellegrinaggio di devoti cristiani. Vi sono state rinvenute anche monete con l’effigie di papa Gregorio IV (827 844): papa Leone IV (847-855) infine donò le reliquie dei martiri Felice ed Adautto alla moglie dell’imperatore Lotario. In seguito le catacombe vennero abbandonata e caddero nell’oblio. Fu scoperta nel 1595 dall’archeologo Antonio Bosio, ma il primo ad identificarla come quella di Commodilla fu, nell'Ottocento, Giovanni Battista de Rossi, che racconta:Appena qualche rara inesattezza io scorgo, che sembrerebbe rivelare la penna d' un epitomatore ; come nella via portuense , ove sono riuniti in uno i santi del cemetero di Ponziano con quelli della basilica di s. Felice; e nella via ostiense, ove i martiri Felice e Adautto sono additati in ecclesia s. Teche, che era a mezzogiorno della basilica di s. Paolo, mentre que' martiri giacevano a levante.

Fatte queste poche parole sul Lupi, vengo al Marangoni. Quest' ottimo sacerdote anagnino, uomo erudito, di erudizione però non scelta e di lega diversa da quella della dottrina del Fabretti, del Buonarroti, del Lupi , è pur il solo che dopo il Bosio abbia confusamente vagheggiato il pensiero tanto semplice , spontaneo e necessario di descrivere per ordine le nuove scoperte , applicare adesse i dati istorici e topografici raccolti dal grande maestro , aggiungere quelli, che i documenti poscia rinvenuti e divulgati potevano fornire. I primi lineamenti di questo pensiero io veggo nel capo XVII del libro II del Boldetti, chemA intitolalo : Catalogo e descrizione degli antichi cemeteri dei martiri e cristiani situati nell' Agro Romano e suo distretto sino al presente scoperti. Del quale catalogo la principale lode viene al Marangoni, alla cui somma diligenza il Boldetti confessa molto essere dovuto specialmente nel rintracciare i siti e le piante de' cemeteri esposte nel libro II (2). Veramente ivi sono appena poche piante di ipogei angustissimi; de' monumenti quasi nulla ivi è descritto ; de' siti però e de' nomidi ciascun cemetero ivi è un indice sommamente utile ; nel quale oltre i documentiraccolti dal Bosio, è fallo uso anche del martirologio appellalo Occidentaledato alle slampe dal Fiorentini, e talvolta della topografia Einsiedlense edita dal Mabillon. Da questa inestimabile topografia, che posta a confronto colla notitia ecclesiarum del Malmesburiense poteva porgere in mano al Boldetti ed

al Marangoni un primo filo alto a condurli alla restituzione topografica de'veri nomi e de' veri sili delle più insigni cripte de' martiri, essi appena trassero alcun lieve profitto. In tanti anni di escavazioni e di esplorazioni sotterranee una sola cripta istorica essi riconobbero discoperta per mero caso ; quella de' santi Felice, Adaulto ed Emerita. Le immagini dei tre martiri coi loro nomi, come quelle de' martiri Abdon e Sennen ed altri rinvenute dal Bosio sulla via Porluense, furono l'unico indizio del loro sepolcro. La cripta ov' erano effiggiati Felice, Adaulto ed Emerita giaceva propriamente dietro la basilica di S. Paolo presso la via, che da quella basilica conduce a S. Sebastiano ; ed in fatti la topografia Einsiedlensetosto dopo S. Paolo procedendo verso S. Sebastiano addita: inde ad sanctum Felicem et Adauctum et Emeritam. Que' santi per testimonianza de' loro atti erano stati deposti nel cemetero di Commodilla ; la scoperta adunque di cotesto cemetero e della sua più insigne ed istorica cripta era certa al pari di quella del cemetero di Ponziano e de' sepolcri de' santi Abdon e Sennen fatta dal Bosio.

1599 La storia si riaffaccia sulla Garbatella, Intorno all'anno 1599

“Buona camminata Padre Filippo!”: così le guardie di Porta San Sebastiano si rivolgevano al Sacerdote fiorentino Filippo Neri, che nei giorni del carnevale romano, festa di origini pagane fortemente sentita dal popolo,  – proprio per distogliere i fedeli dalle “seduzioni” che offriva – seguito da un gruppo sempre eterogeneo e numeroso di persone, si avviavano cantando “vanità di vanità, tutto il mondo è vanità”, in una lunga “passeggiata” che toccava i luoghi di culto più importanti della Città Santa.

Il pellegrinaggio che tradizionalmente i pellegrini arrivati a Roma compievano,  poi ripreso da San Filippo Neri in solitudine o con qualche saltuario accompagnatore, nel 1559 era diventata una consuetudine devozionale radicata nel sentimento religioso del popolo romano.

Nella sua forma originaria esso consisteva in un percorso ad anello di 20 km circa che tocca le principali chiese di Roma all'epoca in cui visse il santo:

San Pietro in Vaticano

San Giovanni in Laterano

San Lorenzo fuori le mura

Santa Maria Maggiore

Santa Croce in Gerusalemme

San Paolo fuori le mura

San Sebastiano fuori le mura

Data la lunghezza dell'itinerario esso viene spesso percorso dai pellegrini in due giornate. La Via delle Sette Chiese copre il percorso tra San Paolo fuori le mura e San Sebastiano

Attualmente il Giro delle Sette Chiese si svolge in forma collettiva in notturna due volte l'anno, a settembre e a maggio, poco prima della festa di San Filippo Neri, guidato da un Padre della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. È anche considerato un atto di devozione tipico del Venerdì Santo e/o del Sabato Santo, che consiste nell'entrare in sette differenti chiese e nel soffermarsi in ciascuna di esse a pregare nei pressi del Cristo morto.

L'espressione "fare il giro delle sette chiese" ha assunto nel linguaggio comune una valenza negativa: essa può significare - a seconda delle zone - perdere tempo girando senza preciso, masolo per dovere o abitudine imposta da altri.

 Il pellegrinaggio era percorso in due giorni

Il Primo giorno – di mercoledì grasso, si partiva da Santa Maria in Vallicella, passando per ponte sant’Angelo si andava a San Pietro. Dopo la visita, il corteo si fermava all’Ospedale di Santo Spirito in Sassia, dove si faceva una visita ai malati. Qui, finiva la prima tappa.

 Il Secondo giorno – s i ripartiva da porta Santo Spirito, si andava per via della Lungara, si attraversavano gli Orti di Trastevere e porta Settimiana, si andava all’Isola Tiberina fermandosi per una visita alla chiesa di San Bartolomeo. Si prendeva la direzione della Basilica di San Paolo, passando accanto alle chiese di San Nicola in Carcere e di Santa Maria in Cosmedin. Da lì si affrontava la piccola salita del colle dell’Aventino, scendendo poi per la Via Ostiense per andare ad onorare la tomba dell’Apostolo delle Genti. Esaurita la visita, iniziava il tragitto fino alla chiesa di San Sebastiano, sull'Appia, per una via nell’agro romano esistente fin dal tempo dei Romani, per trasportare le merci sbarcate dalle navi  sul vicinissimo Tevere, attraverso la "tagliata" nella roccia tufacea della rocca davanti San Paolo, che conduce dentro la Garbatella. Si passava  per la chiesa di Santa Eurosia, situata nel sito detto via Paradisi , come leggesi in una lapide in marmo bianco, a lettere dipinte a minio, posta nella parte meridionale della chiesa lungo la strada tra due medaglioni in marmo bianco, ove a rilievo in uno è scolpito s.Carlo Borromeo e nell’altro  s. Filippo Neri, in memoria dell’incontro avvenuto tra i due santi nel 1575 in una visita che ambedue facevano delle Sette Chiese. » La chiesa infatti si trova sul percorso nella visita alle Sette Chiese di Roma. Una lapide esterna alla chiesa informa che essa fu costruita nel 1818 per opera di MonsignorNiccolò Maria Nicolai. Caduta in rovina nel corso dell’Ottocentofu acquistata e restaurata dal sacerdote oratoriano Generoso Calenzio. Conosciuta popolarmente come la chiesoletta, al Valadier è attribuito il pronao d’ingresso. Nel portico si ammirano tre bozzetti a rilievo in gesso, ritenuti opera di Antonio Canova: il primo rappresenta la Vergine col Bambino e San Giovanni Battista; il secondo il Salvatore che accoglie tra le braccia i fanciulli; ed il terzo San Giovanni Battista che battezza Gesù Cristo.L’interno della chiesa si presenta a navata unica, con un solo altare centrale, quattro finestre laterali ed una cantoria. L’altare è in marmo policromo.

 Superata Santa Eurosia ed attraversata quella che oggi è la Cristoforo Colombo, si giungeva alla chiesa di San Sebastiano, alla Quale San Filippo era molto legato, perché nelle vicine catacombe da giovane aveva ricevuto la visione di un globo di fuoco. Nella chiesa di San Sebastiano veniva celebrata la S. Messa. Da qui ci si avviava alla villa di Ciriaco Mattei, (l’odierna Villa Celimontana), dove si svolgeva una piccola refezione con cibi poveri ma nutrienti. Dopo, passando davanti alle chiese di San Sisto Vecchio e dei S.S. Nereo ed Achilleo in Fasciolae, si puntava verso San Giovanni in Laterano. Dopo la sosta si passava alla vicina Scala Santa. Da qui si andava alla vicina basilica di Santa Croce in Gerusalemme per venerare le reliquie della Crocifissione portate a Roma da Elena, madre dell’Imperatore Costantino. La penultima tappa era la Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura; qui si venerava la tomba del diacono martire San Lorenzo (itinerario laurenziano). Si avvicinava la fine del giorno e i pellegrini si dirigevano verso l’ultima tappa: la Basilica di Santa Maria Maggiore. Qui. dopo l’ultima devozione all’icona della Madonna “Salus populi romani”, la folla di pellegrini si scioglieva. Come si può vedere dalla mappa in fondo a questo articolo, il percorso da San Paolo fuori le mura a San Sebastiano sull'Appia antica, chiamato oggi via delle Sette Chiese, era lungo ed iniziava dalla Rocca, oggi ancora esistente, davanti la cattedrale di san Paolo fuori le mura, in un vuoto di abitazioni, immersa nella campagna romana.

 Intorno al 1600

Dice la Grammatica ragionata della lingua italiana Di Carlo Antonio Vanzon del  1834    che la desinenza ella, può dare un significato di graziosità e leggiadria. Infatti Roma ha molte località che finiscono in ella e la Garbatella è una di queste. L'origine del nome Garbatella,  è tuttora oggetto di discussione: secondo un'ipotesi molto diffusa, il quartiere prenderebbe il nome dall'appellativo dato alla proprietaria di un'osteria che sarebbe sorta sullo quella rocca o sperone roccioso che sovrasta proprio la basilica di San Paolo , all'altezza del Sepolcreto Ostiense e pertanto a ridosso di via delle Sette Chiese, che collegava la basilica Paolina alla basilica di San Sebastiano fuori le mura, che era meta di pellegrinaggi per la visita alle sette chiese di Roma. Tale ostessa - una donna di nome Carlotta (o Maria, secondo altri studi ) sarebbe stata tanto benvoluta dai viaggiatori che chiedevano ostello presso la sua locanda, da meritare il nome di "Garbata Ostella", successivamente sincopato in "Garbatella".

A nostro parere romano e dissacrante, ma che in fondo spesso "ce coje", questa donna, probabilmente giovane e forse figlia dell’oste,fu  ritenuta tanto garbata  perché secondo le persone pie, per la  sua caritatevole attitudine verso i bisognosi,anche se difficile da credere in un’ostessa o figlia di oste.

 Per le persone più smaliziate di quei tempi, con il sarcasmo feroce che ha sempre contraddistinto i romani,  anche se l’interpretazione è molto  maliziosa , tale  "garbatezza" era dovuta a favori sessuali che, si ritiene, fosse usa concedere ai viaggiatori, con tariffe accettabili e modi di fare differenti dalle cortigiane dell’epoca, molto sguaiate. Roma non è priva di tali realtà. La madre di Romolo e Remo, era una lupa, nel significato che sta alla base di lupanaro: cioè prostituta. Infatti I lupanari (dal latino lupa = prostituta), erano, nel corso di tutta l'epoca romana, i luoghi deputati al piacere sessuale mercenario, ovvero delle vere e proprie case d'appuntamento, o bordelli. Alcuni sono tuttora visibili nelle rovine dell'antica Pompei. Resti di lupanari si trovano presenti anche nel comune di Forio nell'isola partenopea di Ischia. Certo, come ha fatto notare Augias, c’è da ridere se si pensa la denominazione di epoca fascista di  "figli della lupa,". Di sicuro  uno di questi figli, nel significato metaforico, è tornato alla Garbatella per identificare l'origine del nome ed attribuirne il motivo sessuale.

Una terza  ipotesi sul nome "Garbatella" vuole, invece, che derivi dall'amenità del luogo; mentre un'ultima interpretazione, con qualche fondamento scientifico, fa riferimento al tipo di coltivazione della vite detto "a barbata" o "a garbata", nella quale le viti vengono appoggiate ad alberi di acero od olmo), in uso nei terreni detti "Tenuta dei 12 cancelli" (comprendenti l'attuale via delle Sette Chiese), posseduti nel XIX secolo da monsignor Alessandro Nicolai, ministro dell'agricoltura di papa Gregorio XVI.

Attualmente il Giro delle Sette Chiese si svolge in forma collettiva in notturna due volte l'anno, a settembre e a maggio, poco prima della festa di San Filippo Neri, guidato da un Padre della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri. È anche considerato un atto di devozione tipico del Venerdì Santo e/o del Sabato Santo, che consiste nell'entrare in sette differenti chiese e nel soffermarsi in ciascuna di esse a pregare nei pressi del Cristo morto.

L'espressione "fare il giro delle sette chiese" ha assunto nel linguaggio comune una valenza negativa: essa può significare - a seconda delle zone - perdere tempo girando senza scopo oppure cercare affannosamente qualcuno che dia ascolto.

Fine parte 1- Vedere La Garbatella e via delle sette chiese Pt2

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