Come per normativa europea per proseguire su questo sito dovete accettare i cookies

cliccando il bottone ambra "Accetto" In caso di non accettazione dichiariamo quanto segue :

Ma che ce frega ma che ce 'mporta de 'sti cookies che nun volemo e  ser visitatore  ar quadro d'accetto  c’ha messo none: e noi je dimo e noi je famo c'avete messo none  ma tu nun ce paghi ed è tutto argratis e quindi.... . Ma però noi der sito  semo quelli che v'arrisponnemmo 'n coro: e' mejo riflessioniromane de tutta  questa zozza società commerciale de internet. Per artre informazioni rivorgeteve ar sor Google.

As per EU rules you have to accept our cookies ( they are automatic and we do not use them )to surf this site clicking the amber button " I accept". As we could not care less about this cookies imposed by the system, in case you do not agree, please send us an email with the song you want to listen to whilst you fly away and disappear into the mist of no Roman knowledge. In case this statement is not clear , Dr. Google can explain you the whole matter. Fare thee well

Roma sparita e il Tevere scippato



Avvertenze prima dell’uso: per capire sulla propria pelle  di cosa parleremo
in questo articolo,  vedere il filmato che segue ( attendere un attimo che si
carichi e poi cliccare sulle quattro frecce divergenti in basso a destra per
vederlo in modalità estesa)  ed osservare come i muraglioni, nella maniera
con la quale sono stati costruiti, creano una barriera enorme tra il fiume e
la città.

 

 

 

A chi facesse il solito commento superato: “ ma ve n’era bisogno” fac-
ciamo presente che l’opera è stata enorme e molto ben fatta,  è lo stile
che grida vendetta al cospetto  di Dio. Tranne che per la parte del lungo-
tevere Arnaldo da Brescia, senza poi capire il perchè.
Erano finiti i soldi e si è fatto uno scempio? Credo che pochi romani  
abbiano un'idea dello scempio compiuto, distruggendo ville e porti lungo
il Tevere, cha potevano essere incastonate nei muraglioni,  come appare
dalla foto precedente e susseguente.
Per un esame approfondito rimandiamo all'articolo la storia del Tevere.  
Anche se sembra un lavoro iniziato e poi  abbandonato dove qualcuno ha
 provveduto subito a mettere le sbarre private( non si capisce a quale
 titolo, anche se probabilmente sarebbe diventato un parcheggio selvaggio.

vedi :http://www.minerva.unito.it/Storia/StoriaScienzeSperimentali
/Cartografia2/MappeRoma05_16.htm

Senza pretesa di essere degli storici e resi forti dal fatto che il presente lavoro
è disponibile per critiche,desideriamo cercare di  dare un’inquadratura molto
personale,  ai muraglioni sul Tevere.
 Diceva Lucio AnneoSeneca negli “Epigrammata XXXI vv.1-5”


Ultima cingebat Thybris tua, Romule, regna:
hic tibi finis erat, religiose Numa.
Et tua, Dive, tuo sacrata potentia caelo
Extremum citra constitit Oceanum.
At nunc Oceanus geminos interluit orbes;
Pars est imperii, terminus ante fuit.

Cingeva il Tevere, o Remolo, il tuo regno
estremo: qui era il tuo confine, o Numa
E la tua potenza al cielo innalzata, Divo,
fine ebbe all'Oceano estremo.
Ma ora tra i due mondi l'Oceano scorre;
l'ex tuo confine è parte dell'impero.
( Traduzione di Filippo Bettini)



Cantava Claudio Villa nella  meno aulica e più popolare canzone Di Del
Pelo-De Torres-Simeoni, scritta nel  1934, circa 1900 anni  dopo gli
epigrammi ed il panorama è totalmente differente.


Più nun vanno
l’innamorati
per Lungo Tevere,
a rubasse li baci a mille
sotto all’arberi.
E li sogni
sognati all’ombra
d’un cielo blù,
so' ricordi der tempo bello
che nun c’è più.


Il Tevere è stato scippato e giace laggiù , distante ed irrimediabilmente
separato dalla città, conun’opera monumentale di ingegneria che desta
stupore ancora oggi: massi di marmo spessi sei metri, posti in opera
in maniera tale, che ancora oggi non è agevole riuscire ad infilare un coltello
tra masso e masso, ma collocati con lo stile del muro  di Berlino Est, con
poche soluzioni di continuità, avendoi  Piemontesi distrutto quasi tutto
quello che incontravano lungola strada .Un fiume  relegato in basso
senza alcuna storia a testimonianza lungo i suoi greti, era
stato “invasato” . Tale opera dal punto di vista architettonico e storico
èstata effettuata come se si bonificassero le paludi pontine o si volesse
restaurare un fiume di una di quelle innumerevoli cittadine sciatte ed
ordinarie del nord, nate alla fine dell’ottocento.


Lo stile è stato lo stesso ed ha totalmente ignorato i 2700 e passa anni
di storia pregressa  distruggendola per lo scopo di “ricostruire” . Sorge
spontanea la domanda: perché i romani hannofondato la città proprio in
quel punto , risalendo dal Tirreno, anziché risalidall’Adriatico, che era più
vicino alla Grecia,  lungo il Po’, maggiormente navigabile e non hanno
fondato la città nella pianura  padana, visto che lo stile della costruzione
a questa ci riporta?
Ritenevo che fossi quasi l’unico ad avere questa visione, ma ho scoperto
più tardi che sono stati in molti ad averla e quindi cito i vari contributi.
Inutile fare un lavoro, quando minuziosamente è stato fatto molto bene.
Nessun futuro senza passato. Era il motto di un’ assemblea  ICOMOS
(International Council on Monuments and Sites)in Italia del 1981: i
Piemontesi, in un modo a mio parere voluto, cancellarono il nostro
passato romano, per darci i loro viali rettilinei del Valentino: basta
 vedere il quartiere Prati. Solo per avere una vaga idea di cosa si è perso,
mostriamo delle immagini con alcune stampe delRoesler sul Porto di
Ripetta , i mulini lungo il Tevere ed altro.Ma prima di entrare in un’analisi
, troviamo un poco di combustibile da aggiungere alla nostra diatriba.
Tra memoria del passato e cronaca del presente di Federica Piran
( scritto molto bello ed interessante)
http://www.archimagazine.com/rpirani.htm


Nelle rappresentazioni cartografiche del xix secolo gli sventramenti
urbani o, più poeticamente, gli “abbellimenti” delle città, come erano
spesso eufemisticamente chiamati dagli artefici dei piani regolatori,
venivano rappresentati attraverso un particolare livello di lettura che
comprendeva in una sola immagine il tempo presente e gli esiti futuri:
generalmente in giallo erano le zone da demolire,che delimitavano
case, strade, isolati e piazze, sulle quali,comunque, insistevano le
grandi rettilinee che avrebbero tagliato le città(I. Insolera, Roma:
immagini e realtà dal X al XX secolo, Roma-Bari,Laterza,1980, pp.
373-374.)Le “nuove vie” tracciate dai piani regolatori della Roma
postunitaria,che per alcuni avrebbero dovuto «spalancarsi ed allungarsi
con giovialità meneghina, frescura ginevrina, dirizzura torinese
e fasto parigino»( Così parla un giornalista piemontese, Roberto
Sacchetti, emigrato a Roma nel 1881 (in I. Insolera, Roma moderna.
Un secolo di storia urbanistica, Torino,Einaudi, 1962 ed. 1971, p. 44).),
per molti altri furono una vera e propria«distruzione di Roma» ( La
distruzione di Roma è il titolo di una lettera di Herman Grimm, professore
di Storia dell’Arte all’Università di Berlino, tradotta e pubblicata a cura di C.V.
Giusti da Loescher nel 1886)


La più attenta classe intellettuale italiana e straniera, artisti, scrittori e
letterati, infatti, stigmatizzaronoi piani regolatori del 1872 e del 1883, che
cambiarono radicalmente l’aspetto millenario della città, come un vero
e proprio «vento di barbarie» (4 Di «vento di barbarie» riferito alle
trasformazioni urbanistichedi Roma parla Gabriele D’Annunzio nel
romanzo Le vergini delle rocce.)Ingrandire la capitale era diventato
uno dei più facili e redditizi affari economici e fu subito evidente
l’impossibilità di mettere un freno all’incessante “febbre edilizia” che in
nome della necessaria modernizzazione faceva tabula rasa di alcuni
dei luoghi più ammirati del mondo. Se il presente e il futuro erano ormai
definiti e l’irreversibilità delle scelte determinava il destino della città, non
restava che rivolgersi con lo sguardo al passato cercando di rendere
indelebile il ricordo e preservando l’immagine di ciò che andava scomparendo.
Il senso di abbandono e di sgomento che invase la popolazione di fronte alle
profonde trasformazioni e la coscienza dell’imminenza della perdita fecero sì
che lo stesso Comune di Roma si preoccupasse di documentare con
un’ampia, ma discontinua e frammentaria, campagna fotografica i mutamenti
urbanistici di alcuni luoghi della città che piùdi altri avrebbero subito modifiche
e metamorfosi radicali: immagini di strade, piazze, edifici in demolizione,
dettagli di cortili e di case, vicoli solitari inquadrati da diversi punti di vista,
entrarono a far parte degli archivi
dell’amministrazione comunale, lasciando ai posteri, immortalate dall’occhio
di fotografi, per lo più non ancora identificati, le “scene del crimine”
che si stava perpetrando.( F. Del Prete, Il fondo fotografico del Piano
Regolatore di Roma 1883. La visione trasformata, Roma, Gangemi, 2002)
Parallelamente al lavoro dei fotografi si collocavano le esigenze degli archeologi
impegnati in quegli anni a disegnare, misurare, fare rilievi di quello che sarebbe
da lì a poco scomparso e delle vestigia che contemporaneamente emergevano
 – spesso solo provvisoriamente – durante gli scavi. Diversi artisti, come Luigi
Serra e Filiberto Petiti, si dedicarono a ritrarre le demolizioni, e assai vasta
 fu la pubblicistica di denuncia contro la speculazione edilizia, dai roboanti
interventi retorici di Gabriele D’Annunzio agli scritti di Cesare Pascarella e
Matilde Serao.


Fine citazione di Federica Piran


Dal CORRIERE DELLA SERA


(cortese autorizzazione dell’ing. Bruno Conti www.isolatiberina.it: sito molto, ma molto interessante.)



Anno XXV - Num.344 – pag.1


Milano, Sabato-Domenica 15-16 Dicembre 1900


I muraglioni del Tevere


Allorquando nel 1892 si dovette por mano al completamento dei muraglioni di difesa del Tevere in
corrispondenza all'antico Ponte Elio, ora S. Angelo, e si venne al momento di mutilare le due
 estremità di questo ponte per sostituire  alle vecchie arcate minori due arcate di maggior luce,
un interessante spettacolo si offrì ai pochi che ancora preferiscono dedicarsi alla archeologia pratica
, studiata suI posto, e non nei musei: poichè, sgombrate le sponde del fiume, riapparvero le originarie
 rampe d'accesso al ponte, dell'epoca di Adriano, l'antico selciato colle tracce della carreggiata, i
 marciapiedi, o crepidinitutte logore per il passaggio dei pedoni, e persino una parte dell'antico
 parapetto in travertino. Ma l'interesse di quella parte dissepolta del ponte, che da quasi diciotto
 secoli resiste alla violenza delle acque, non era tanto in quei ricordi e in quelle tracce suggestionanti
della vita all'epoca imperiale, ritornate alla luce solo per sparire tosto e per sempre sotto


i colpi del piccone, quanto nella precisa indicazione che le testate del ponte fornivano rispetto alla
sistemazione dell’alveo


del fiume al tempo di Adriano; e sebbene, al momento in cui il piccone lavorava, fosse vietato di
qualificare come vandalica un'opera che si diceva imposta dalle esigenze della tutela della città
 contro le inondazioni, io non potei trattenermi dal levare, solitario in tutta Roma, una voce di
ammonimento in uno dei giornali della capitale: «Che in Roma - dicevo or sono otto anni - l'argomento
 della sistemazione fluviale dovesse a meritare uno studio svolto in modo alquanto diverso da quello
che si possa seguire in qualunque altra città, doveva essere nel sentimento di tutti, per spingere il
genio moderno a levare lo sguardo un poco più in alto, e non affidarsi solo alla aridità dei calcoli e  
delle cifre, colle quali oggidì si vogliono risolvere in astratto, e quasi incoscientemente, molte questioni
, che in altri tempi trovavano anche nell'intuitodella mente un efficace elemento per la soluzione.»
E, per verità, nelle dissepolte testate del pone Elio riappariva tutta la  sapienza dell'idraulica romana:
allo sfogo ordinario del Tevere provvedevano le tre ampie arcate mediane del ponte, ed il volume normale
 delle acque, incanalate nella parte di mezzo dell'alveo, largo solo metri 66, vi poteva conservare la velocità
 necessaria a trascinare le materie che ab antiquo meritarono al fiume l'epiteto di biondo Tevere:
al sopravvenire di una piena ordinaria l'acqua poteva ampliare a m. 98 la larghezza dell'alveo, invadendo
due banchine, cui corrispondevano le due arcate minori, mentre pei casi delle piene straordinarie un
successivo ampliamento dell'alveo, sino a metri 135, era possibile, poiché le acque potevano invadere un
secondo ordine di banchine, trovando sotto le rampe d'accesso al ponte, altre tre minori arcate di sfogo
all' impeto delle acque. Ma l'insegnamento che il Ponte Elio poteva ancora fornire collasua disposizione
antica giungeva in ritardo: ed oggidì chi volesse studiare quel ponte nella sua originaria forma, è costretto
a ricorrere a qualche pubblicazione d'oltr'alpi, poichè da noi, nè l'archeologia si occupa
di cose pratiche, nè la scienza pratica suppone che si possa ritrarre qualche insegnamento
dall'archeologia.E' però doveroso il ricordare come fin dai primi studi della Commissione del 1871 non
fosse mancata la mente, che inspirandosi a un senso pratico del problema, e tenendo calcolo dell'indole
torrentizia del Tevere, si fosse preoccupata di assegnare a questo un alveo rispondente alle due distinte
fasi del fiume in magra, e del fiume in piena. Così l'ing. Canevari propose un tipo di muraglione munito
alla base di una banchina larga metri 14 circa, a circa due metri sopra il livello delle acque in magra,
di modo che il Tevere nelle sue condizioni normali scorreva in un alveo mediano, della larghezza di circa
m. 70, corrispondente appunto all'alveo ordinario dell'epoca imperiale; ed effettuandosi un aumento
del volume d'acquaoltre alla quota 7 sull'idrometro di Ripetta, il fiume si spandeva anche sulle banchine
laterali, raggiungendo unalarghezza di circa m. 95. Il vantaggio di questa disposizione appare evidente,
poichè per la maggior parte dell'anno il fiume, anzichè lambire i muraglioni ed esercitare quindi una azione
corrodente alla base di questi, lambiva semplicemente il ciglio delle banchine senza danneggiare la parte
più delicata della difesa: e nelle rare circostanze in cui il fiume invadeva anche le banchine arrivando al
lembo inferiore dei muraglioni, l'azione dell'acqua non aveva tempo sufficiente per scalzarne la base, e ad
ogni modo, col ritirarsi del fiume nella parte mediana e più profonda dell'alveo, riusciva possibile il riconoscere
tosto gli eventuali danni e porvi facile riparo, senza ricorrere a lavori subacquei. Il Canevari quindi aveva
saputo non solo risolvere il problema di contenere coi muraglioni una piena eguale a quella del 1870, ma
si era premunito contro i danni che l'azione corroditrice della corrente alla base dei muraglioni avrebbe
potuto esercitare. Sfortunatamente, e non si saprebbe dire per quale ragione, dopo che il progetto dei
muraglioni fu approvato nel 1875 con un preventivo di spesa di 33 milioni - comprese le opere di sgombro
del fondo dell'alveo e di sistemazione dei ponti - si venne all'adozione di un diverso tipo di muraglione,
sprovvisto affatto di banchina, costituito nella parte superiore da un muro a scarpa in pietrame rivestito di
travertino, dello spessore di m. 2.25 alla sommità e di m. 4.20 alla base, e nella parte inferiore costituito
da un muro dello spessore uniforme di circa m. 5.70, fondato sopra cassoni in ferro, affondati ad aria
compressa, e riempiti di cemento. Quale parte possa avere avuto, alla base dei muraglioni, l’azione
della corrente agevolata dalla mancanza di una banchina che proteggesse la zona inferiore dei muraglioni
non è ancora possibile di precisare; certo i cedimenti, gli avvallamenti e le frane che ora si verificarono,
presteranno copioso argomento di studio per analizzare le varie cause dei danni e formulare i rimedi.

Già nei giornali della Capitale si cita, fra le varie cause dei danni, l'azione che possono avere esercitato
 le acque sotterranee defluenti dalle alture a destra del fiume, intralciate nel loro percorso dal muraglione
 di Trastevere: ma non occorreva la prova odierna dei fatti per formulare dei dubbi sulle future conseguenze
 di quel1a condizione di cose; e ricorderò come, otto anni or sono, a proposito di cedimenti e deformazioni
 nella platea di sostegno del Palazzo di Giustizia, in confine col mura.

Background storico (http://www.traccedistudio.it/portale/appunti-e-riassunti/42-storia/76-unita-ditalia.html)

L'Italia dopo l'unificazione
Nel 1861 l'elezioni del primo Parlamento. Vittorio Emanuele II divenne primo re d'Italia e gli atti del primo
 parlamento sono segnati come VII legislatura poiché mantennero la numerazione piemontese. L'unità
d'Italia fu voluta ed ottenuta soprattutto da elites aristocratiche e borghesi e le masse contadine e cattoliche
 ne rimasero fuori. Stato e nazione in Italia nascono insieme a differenza delle comunità nazionali già consolidate.

Piemontesizzazione e accentramento: il modo in cui era nato lo stato italiano influenzò la sua
organizzazione. Dal 1861 al 1865 l'ordinamento giuridico piemontese divenne l'ordinamento italiano
e il sistema politico amministrativo fu fortemente accentrato. Legge Rattazzi sull'ordinamento comunale
e provinciale e legge casati sulla pubblica istruzione. Cavour voleva il decentramento e l'autonomia di tipo
britannico in opposizione a quello accentrato francese. Codice penale, di procedura penale, di procedura
civile. Nord-Sud: Cavour nominò Farini luogotenente generale del mezzogiorno col compito di eliminare le
amministrazioni garibaldine collaborando con gli ex-borbonici e gli autonomisti moderati. Ottenne l'appoggio
dell'alta borghesia e dell'aristocrazia non borbonica ma la chiusura della piccola borghesia e dei garibaldini
democratici. Il consiglio di luogotenenza (una specie di governo del mezzogiorno) fu composto da intellettuali
piemontesizzati che promossero una politica d'accentramento di stampo hegeliano (Scaloja, Pisanelli,
Spaventa, Mancini). La luogotenenza Farini fallì per la mancanza di una solida base politica. Nel 1861,
muore Cavour.
Destra storica: classe dirigente liberale e moderata che appoggiava Cavour. Utilizzò strumenti dirigistici,
talvolta autoritari. Venne adottato un sistema accentrato visti i gravi problemi meridionali. 1865: il parlamento
approva le leggi fondamentali per l'unione politico-amministrativa: legge comunale e provinciale, la legge sulla
sicurezza pubblica, il codice civile e di procedura civile, codice di commercio, legge sulle opere pubbliche,
sul contenzioso amministrativo. Lo stato divenne di tipo francese e prefettizio. Giustificati i timori di decentramento
ma grossa distanza tra paese legale e paese reale. Il sistema italiano divenne liberale e censitario. Le cariche
di governo spettano ad una ristretta elite costituita dall'aristocrazia e dalla borghesia proprietaria. Avevano
diritto di voto i cittadini maschi di almeno 25 anni che sapessero leggere e scrivere e pagassero almeno 40
lire di imposte dirette l'anno (ossia 1,9% della popolazione, percentuale solo leggermente inferiore agli altri
paesi europei). Elettori ed eletti erano dunque rappresentanti di una classe politica omogenea dotata di grande
potere; si è parlato di dittatura della destra. La destra storica non era un vero e proprio partito in senso moderno
quanto una unione di comitati elettorali incentrati su notabili attorno ai quali si riunivano raggruppamenti regionali.
Aveva due componenti, quella piemontese (La Marmora, Sella, Lanza) e quella moderata proveniente da altre
regioni(Farini, Minghetti, Ricasoli). Probità, idealismo nazionale, rigore, liberale nella situazione con la chiesa.

    * Fattori di disomogeneità:

    * Isolamento geografico e mancanza di vie di comunicazione

    * Assenza di mercato nazionale

    * Mancanza di una lingua comune. Fino al 1880 solo il 2-4% parlava italiano

    * Paesaggio e clima differenti

    * Differenze economiche tra Nord e Sud

    * Manca una società italiana (a proposito D'Azeglio disse: "fatta l'Italia bisogna fare gli italiani"

Joomla templates by a4joomla