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Archeologia a Roma: premessa

 

Forse, ma non tanto, alcuni dotti alzeranno un sopracciglio a questa musica di Respighi, chiedendosi cosa c’entri con l’archeologia romana: rispondiamo tosto.

A nostro parere, la quantità di opere della Roma antica effettuate in superficie, sono forse minori di quelle effettuate  sotto terra ed il tutto diventa certo, se ci includiamo a quelle sotto terra gli acquedotti. Perché? Per un filo concettuale: l’acqua. L’acqua era ed è vita e quindi già dal sesto o quinto secolo avanti Cristo, sono stati portati a termine lavori mastodontici, come gli emissari dei laghi, effettuati in comunità e con il pieno supporto.

Tali lavori sono arrivati ad un volume tale che Roma alla fine aveva 500 km di acquedotti, con una portata giornaliera di circa milioni 1,3 di metri cubi al giorno con tutta una fitta rete di distribuzione, oltre a quello di scarico dopo essere stata utilizzata. Poi dopo il quinto secolo, tutto volse all’abbandono, fino a quando i Papi non cominciarono a ripristinare l’approvvigionamento, in parte, per alimentare anche le famose fontane romane.

Parafrasando il detto “sic transeat gloria mundi “ posiamo dire “sic transeat aqua Romae” ed a nostro avviso, questo fluire dell’acqua dal 5 secolo avanti Cristo, lo abbiamo portato fino al diciannovesimo secolo dopo Cristo, includendo tutta la storia nel mezzo.

 

“Le fontane di Roma” è un poema sinfonico di Ottorino Respighi, composto nel 1916 in quattro movimenti ( quello che ascoltate è parte del secondo movimento):

  1.  La fontana di Valle Giulia all'alba (Andante mosso)

  2. La fontana del Tritone al mattino (Vivo, Un poco meno allegretto, Più vivo gaiamente)

  3. La fontana di Trevi al meriggio (Allegro moderato, Allegro vivace, Più vivace, Largamente, Calmo) 

  4. La fontana di Villa Medici al tramonto (Andante, Meno mosso, Andante come prima)

 Le Fontane di Roma testimoniano come i romani, di tutti i tempi, abbiano sempre avuto una gran passione per le acque pubbliche, dagli acquedotti alle terme e come, dopo i secoli della decadenza, tale passione si sia esternata nella costruzione delle numerose fontane che ornano le vie e le piazze romane.

Come sicuramente accadeva all’autore mentre descriveva la  fontana di valle Giulia all'alba in un paesaggio pastorale con il bestiame che pascolava intorno,  così accade tuttoggi anche a noi di sentire che non è possibile vivere o anche semplicemente girare in una città come Roma, muoversi nei suoi spazi,  respirarne l’aria, senza avvertire la presenza del tempo,  quello presente e quello trascorso, e senza quindi  avere forte il bisogno e la necessità  di immergersi, spostarsi e navigare anche in questa quarta dimensione, misteriosa ed affascinante, per capire e per comprendere a fondo il passato, la storia, il succedersi dei modi di vivere, le  stratificazioni materiali e culturali depositate in questi luoghi per millenni.

Esaminiamo, a questo proposito, le fontane messe in musica da Respighi:

 La fontana di valle Giulia  faceva parte della Villa Giulia edificata da papa Giulio III (1550-1555) in una zona di Roma originariamente conosciuta come Vigna Vecchia, appena fuori dalle Mura Aureliane, nella valletta dove la collina dei Monti Parioli scende al Tevere, tra Porta del Popolo e Ponte Milvio. Come in tutte le ville rinascimentali di Roma  anche per  la Villa  Giulia l'acqua rappresentava un elemento fondamentale dell’assetto architettonico e fu quindi dotata di una derivazione sotterranea dell'Acquedotto Vergine  ad essa esclusivamente dedicata. Tale derivazione fu utilizzata, più tardi, per alimentare le  due fontane-abbeveratoio poste sulla via Flaminia, all'inizio della via di Villa Giulia, dal cardinale Borromeo nel 1672, e da Filippo Colonna principe di Paliano nel 1701.

La Fontana del Tritone, situata a Roma in Piazza Barberini, è opera di Gian Lorenzo Bernini, a cui fu commissionata dal Papa Urbano VIII Barberini, nell'ambito dei lavori complessivi di sistemazione di Palazzo Barberini e della zona a cui questo palazzo si affacciava. Fu realizzata tra il 1642 e il 1643, in concomitanza con la conclusione dei lavori che interessavano Palazzo Barberini. La fontana è stata realizzata interamente con il travertino e rappresenta un Tritone, inginocchiato su di una conchiglia sorretta da quattro delfini, nell'atto di soffiare dentro una conchiglia, da cui sgorga l'acqua della fontana, che si raccoglie in una vasca dalle linee curve. Tra le code dei delfini sono visibili le api, stemma di famiglia dei Barberini, e le chiavi, stemma dei pontefici, e quindi di Urbano VIII committente dell'opera. Le piccole colonne che circondano la fontana sono aggiunte ottocentesche, quando la piazza iniziava ad essere trafficata. Un tempo la fontana era nota tra i romani come la fontana del Tritone sonante a causa dell'acuto sibilo che emetteva l'altissimo zampillo che un tempo usciva dalla conchiglia. La fontana è stata sottoposta a diversi restauri, l'ultimo dei quali in ordine di tempo, risale al 1998 e dà nome alla via che sale da Piazza Colonna sino a Piazza Barberini.

La Fontana di Trevi è uno dei punti terminali dell'antico acquedotto dell'Acqua Vergine (Aqua Virgo) fatto costruire da Agrippa, genero di Augusto, nel 19 a.C.. L'aspetto odierno, dopo una lunga storia di  iniziative contrastanti per la risistemazione architettonica del complesso che ebbe inizio  con papa Urbano VIII(1623-1644),  è dovuto a Nicola Salvi che tra il 1732 e il 1751 riprese, in parte, l’impostazione originariamente concepita dal Bernini nel‘600.

 La fontana di Villa Medici sul Pincio dove, nei giardini che sorgono nell’area anticamente occupata dagli “Horti Luculliani”(prima metà del I secolo a.C.) di cui sono venuti alla luce ingenti resti in occasione di recenti scavi archeologici,  il cardinale Giovanni Ricci di Montepulciano prima e Ferdinando de’ Medici poi, fecero realizzare, nella seconda metà del ‘500, numerosi bacini e fontane  grazie agli impianti di irrigazione eseguiti da Camillo Agrippa, matematico e ingegnere milanese. Anche questi impianti erano alimentati  dall’acquedotto dell’Acqua Vergine costruito dal più famoso Agrippa del tempo di Augusto.

La presenza dell'acqua e del suo rumore faceva  parte della messa in scena voluta da Ferdinando de' Medici, con un'abile coniugazione tra lo sviluppo sostenibile, da sempre applicato nei monumenti storici, l'innovazione scientifica e l'arte al servizio di una poesia del quotidiano.

Sotto tutte queste fontane appare continua la presenza degli antichi Romani e dei loro acquedotti, chiusi da Belisario per difendere la città dai barbari e da questi abbattuti in parte.Utilizzati poi in un periodo più tardo per gli abbellimenti della città voluti dai Papi, quindi trascurati  e di nuovo riedificati e messi in ordine. Fontane prima costruite e poi rimosse, come per il caso del Fontanone di ponte Sisto (fontana dell'acqua Paola) realizzato in travertino da Giovanni Vasanzio (il fiammingo Van Zanten) nel 1613, per volere di Paolo V Borghese (1605-1621), e originariamente collocato in fondo all'elegante via Giulia, a ridosso dell'Ospizio dei Mendicanti, è oggi in piazza Trilussa, come edificio a sé, posta in asse con il ponte Sisto e sopraelevata di una quindicina di gradini sul livello stradale per renderla più visibile dal ponte stesso.

 Quindi spostarsi dentro Roma, vuol dire spostarsi, oltre che nello spazio, anche nella dimensione tempo, cioè avere continuamente in mente la stratigrafia dei luoghi.  Non se ne può fare a meno:  basta soffermarsi non solo di fronte alle fontane, ma anche  di fronte a un monumento antico, a un rudere o anche solo osservare uno qualsiasi dei tanti elementi architettonici del passato reimpiegati in una costruzione più recente, in una chiesa o in un qualsiasi portone o cortile di un palazzo e iniziare a viaggiare con la mente.  Si può tornare indietro nel tempo istaurando un rapporto quasi fisico con l’oggetto, e riviverne la storia cercando di capirne la provenienza, di comprenderne il significato e di  immaginare   i pensieri gli atteggiamenti e le attività  di tutti coloro che, nel corso dei secoli,  hanno avuto a che fare con esso.

 Ora l'archeologia (dal greco ἀρχαιολογία, composto dalle paroleἀρχαῖος,"antico", e λόγος, "discorso" o "studio" ufficialmente è lascienza che studia le civiltà e le culture (romane in questo sito )  del passato e le loro relazioni con l'ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l'analisi delle tracce materiali che hanno lasciato (architetture, manufatti, resti biologici e umani). Venne definita in passato come scienza ausiliaria della storia, atta a fornire documenti materiali per quei periodi non sufficientemente illuminati dalle fonti scritte, avente come obiettivo l'acquisizione di conoscenza delle culture umane attraverso lo studio delle loro manifestazioni materiali.

L'archeologia è tradizionalmente suddivisa in discipline a seconda del periodo o della cultura oggetto di studio (ad esempio archeologia classica o archeologia industriale o paletnologia), oppure a seconda di particolari tecniche di indagine (archeologia subacquea o archeologia sperimentale) o ancora sulla base del tipo di materiale esaminato (numismatica o epigrafia).

Gli sviluppi teorici dell’archeologia pongono al centro del procedimento interpretativo , l’esigenza di contestualizzare i dati archeologici,vale a dire di leggerli all’interno del fitto intreccio di relazioni, di elementideducibili dallo scavo stratigrafico. Solo la valutazione complessiva di talielementi può permettere di avvicinarsi alla ricostruzione dei comportamentisociali conservati nella documentazione archeologica.

L’approccio contestuale comporta una forte valorizzazione degli aspettifunzionali, sia pratici che simbolici, nell’analisi dei documenti. La ricostruzione delle attività ha un ruolo determinante nella formulazione di ipotesi circa i comportamenti sociali riflessi nel record archeologico.

Ranuccio Bianchi Bandinelli diceva ”Il compito dell’archeologia si è oggi precisato e ampliato col proporsi la ricostruzioneintegrale della storia di un’età e di un luogo sulla base di elementi di fatto materiali, da porre a confronto, quando ve ne siano, con le tradizioni scritte ma da analizzarsi altrimenti per sé stessi”.Ma cosa accade quando poi quel periodo storico è così vicino e documentato , che non vi è bisogno di ricerche? Credo che allora il testimone passi all’antropologia.

L'antropologia -termine composto col prefisso antropo-, dal greco άνθρωπος ànthropos = "uomo" più il suffisso -logia, dal greco λόγος, lògos = "parola, discorso"- è la scienza che studia l'uomo dal punto di vista sociale, culturale, fisico e dei suoi comportamenti nella società. Nella contemporaneità, dal punto di vista accademico, l'antropologia è suddivisa, nella tradizione di studi italiana, in due aree principali:

l'antropologia fisica -"antropologia biologica"-, che studia l'evoluzione e le caratteristiche fisiche degli esseri umani, la genetica delle popolazioni e le basi biologiche dei comportamenti della specie umana e dei suoi parenti più stretti, le grandi scimmie (primatologia);

le discipline demo-etnoantropologiche, che si occupano degli aspetti sociali, culturali, economici, cognitivi, politici, etc. (ad esempio le reti di relazioni sociali, i comportamenti, usi e costumi, gli schemi di parentela, le leggi e istituzioni politiche, le ideologie, religioni e credenze, gli schemi di comportamento, i modi di produzione e consumo o scambio dei beni, i meccanismi percettivi, le relazioni di potere). Grande importanza ha per tale area di studi la ricerca etnografica, spesso considerata come base imprescindibile per riflessioni teoriche ed eventuali comparazioni. Generalmente quando viene utilizzato il termine antropologia senza specificazioni ci si riferisce a questo secondo gruppo.

In questo sito dunque  l’archeologia, stravolta nella sua concezione usuale,  è il filo di Arianna che parte dall’estremo passato, si addentra nell’epoca romana e col tipico menefreghismo romano che non accetta definizioni “castranti” , con una certa dose di antropologia Kantiana (*), se ne va a spasso per il basso medio evo con le invasioni barbariche dei cristiani, per passare a quelle dei Barberini , soffermarsi quindi su quelle dei Piemontesi con i muraglioni del Tevere,  ed arrivare ai giorni nostri.

In base a questo approccio, totalmente  fuori dagli approcci accademici ( cfr: accademia, fare accademia , ostentare in discorsi vani la propria erudizione) , nasce il  trittico

 

ARCHEOLOGIA ANTICHITA' ALTRO

(*) L’antropologia, in quanto modo di intendere l’uomo e la sua natura, è presente, esplicitamente o meno, in tutti i sistemi filosofici. In Kant, però, il termine assume un significato più circoscritto, indicando lo studio dell’uomo nel suo contesto storico, in relazione alla specificità che la morale assume presso i diversi popoli e nei diversi contesti di vita, mentre la morale propriamente detta si occupa dei principi fondati razionalmente e quindi universali. Nei Fondamenti della metafisica dei costumi, del 1785, Kant distingueva appunto, all’interno dell’etica, la «metafisica dei costumi», orientata alla definizione dei principi universali, oggetto della morale, e lo studio dei costumi particolari dei diversi popoli, oggetto dell’antropologia pratica. Il suo interesse era rivolto alla prima, che tratterà in modo approfondito nella Critica della ragion pratica. Nella Metafisica dei costumi (1797) parla di «antropologia morale», dedicata all’individuazione delle condizioni empiriche (leggi, ordinamenti, istituzioni), che possono diffondere e consolidare i principi morali, fondati comunque sulla ragione e quindi universali.

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