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 PREMESSA

Quello che colpisce in maniera pesante, è la fatica pesantissima di centinaia di migliaia di persone che per schiavitù o per mistica religiosa, scavarono cave, gallerie, cunicoli e catacombe. Qui , per scelta, sono escluse le altrettanto numerose opere idrauliche sotterranee. Questo articolo è dedicato a tutta questa fatica immane consumata da questo popolo silenzioso, poco conosciuto, poco in luce metaforicamente e nel buio totale nella realtà fisica, che ha portato avanti questo lavoro. Il sottofondo, anche se ha parole che non hanno a che fare con questa fatica, tuttavia mio avviso, trasferisce e suscita questa emozione.


L'architettura paleocristiana, cioè dei primi secoli del Cristianesimo, ha una data spartiacque fra due periodi contrapposti: l'editto di Milano del 313 da parte dell'imperatore Costantino, che permise la libertà di culto per i cristiani e fu quindi possibile da questo momento in poi erigere edifici pubblici per la liturgia.
Fino ad allora infatti il culto cristiano era considerato religione illecita nell'Impero romano e quindi le riunioni di fedeli avvenivano specialmente in case private, chiamate Domus ecclesiae. Le uniche architetture cristiane anteriori al IV secolo (a parte i rari scavi che hanno riportato alla luce domus ecclesiae, essendo queste spesso coperte da chiese successive) sono le strutture ipogee dette in seguito catacombe.
Le catacombe non nacquero per esigenze di difesa dalle persecuzioni, anzi sono state ritrovate anche catacombe pagane e giudaiche. Fu piuttosto l'esigenza di inumare i defunti, secondo la dottrina della risurrezione predicata da Gesù, a far sì che i cristiani usassero in maniera preponderante le sepolture sotterranee.
A Roma già nel III secolo, prima della fine della clandestinità, esistevano sette zone diaconali ciascuna con la propria zona catacombale al di fuori della mura. I nomi dati alle catacombe potevano derivare da quelli dei proprietari del terreno (come le catacombe di Priscilla e di Commodilla ), o di martiri ivi sepolti ( come quelle di San Callisto e San Sebastiano).
I tracciati irregolari provenivano spesso dall'utilizzo di cave abbandonate e a Roma di cave ve ne erano tante. Uno studio del Ventriglia, per i Settori Roma NO, Roma NE, La Rustica, Roma SO, Roma SE,Torrenova, EUR, L'Annunziatella, Morena, ne segnala 101 e forse saranno un decimo di quelle esistenti.

Il sottosuolo di Roma era una groviera. Alcune tra le più importanti, erano:

Cava di vigna Querini presso la via Tiburtina.
Scoperte il 7 febbraio del 1872, le cave di Vigna Querini furono descritte dapprima dal Lanciani, quindi dal Borsari in un preciso studio sulle mura serviane. dove vennero per la prima volta pubblicati i rilievi della cava.
Il sito è posto a nord della via Tiburtina, a circa due chilometri dalla Porta Esquilina, in un punto di affioramento del banco di tufo granulare. Si tratta di una coltivazione di superficie documentata su una ristretta arca di 500 mq. La zona è attualmente compresa nel perimetro della Città Universitaria corrisponde esattamente all'arca del piazzale della Minerva, nell'angolo nord est. verso la facoltà di Fisica( altre cave, ascritte ad epoca tardo repubblicana, sono documentate presso Piazzale San Lorenzo). Erano visibili, al momento della scoperta, cinque grandi trincee larghe m. 4.5 e profonde 2.5 metri circa (16x9 piedi). Lo sfruttamento della cava era iniziato da est verso ovest, la tecnica di estrazione consisteva nel marcare con una linea orizzontale le dimensioni del blocco voluto, per poi tagliarlo, verosimilmente con un'ascia o piccozza da tufo, lungo i lati. Furono anche rinvenuti numerosi blocchi già sbozzati con le dimensioni di cm 80 x 50 x 28, altri, isolati per soli due lati.
Anche in questo caso il Lanciani propose una datazione all'età regia per confronto con i monumenti tradizionalmente datati a quel periodo. Mancano purtroppo altri dati per confermare la datazione del sito, dal quale, secondo la descrizione del Borsari, non fu recuperalo alcun frammento fittile, a riprova,
forse, della limitala frequentazione di tutta l'area.

Cava presso la stazione Termini.

 Durante i lavori di completamento della Stazione Termini, iniziati nel 1947. venne documentata da G. De Angelis d'Ossat una coltivazione in sotterraneo di tufo granulare grigio, in una zona a circa mezzo  chilometro dalla porta llminatLs***. Sondaggi effettuati per una profondità massima di 20 metri mostrarono un livello di riporto superficiale dello spessore di circa un metro, sovrapposto ad un banco di tufo rosso litoide di modesto spessore (circa I metro) cui seguiva una serie di strati alternati di argille e pozzolane con tracce di cave moderne, per uno spessore di circa 13 metri, quindi lo strato di tufo granulare grigio interessato dall'attività di cava, sovrapposto ad una serie di depositi sedimentari, costituiti da manie, argille sabbie e concrezioni calcaree varie fino ai travertini.

La cava era organizzata per gallerie di varia larghezza, ma con un'altezza massima di m. 2,5. condizionata dallo spessore del banco di tufo. Le pareti mostravano un perfetto taglio perpendicolare. La presenza di una falda acquifera sul piano di calpestio delle gallerie, corrispondente all'interfaccia superiore del deposito del Siciliano, può far ipotizzare l'esistenza di impianti di drenaggio simili a quelli della cava di Villa Patrizi, necessari alla frequentazione di un cantiere di estrazione. Mancano planimetrie per poter comprendere l'estensione dell'impianto, che originariamente doveva collocarsi a circa 15 metri sotto il piano esterno di calpestio, identificabile con il livello superiore del tufo rosso litoide. Non sappiamo se anche quest'ultimo fosse oggetto di cava, ma probabilmente l'esiguità dello spessore del banco, circa I metro, deve aver scoraggiato uno sfruttamento di questo genere.

I geologi G. De Angclis d'Ossat e U. Ventriglia hanno ipotizzato una datazione di questo impianto nell'età regia, in base al confronto con le cave di Villa Patrizi e Vigna Guerrini e il periodo di sfruttamento

 Una volta utilizzate come catacombe, i tracciati seguivano la struttura geologica del terreno scavato (molto spesso tufo), con più piani sovrapposti. Gli ambulacri (le lunghe gallerie) di larghezza media sugli 80-90 cm ed altezza vicina ai 250 cm, erano in antico chiamate criptae e talvolta vi si aprivano camere sepolcrali più vaste chiamate cubicula. I cubicula avevano spesso una pianta a forma poligonale e vi erano sepolti personaggi più facoltosi o più venerati; spesso vi si trovano tombe ad arcosolio, cioè urne chiuse sormontate da una nicchia coperta da un arco. I sepolcri sovrapposti si chiamavano loci o loculi e la fila verticale di loculi su una parete veniva chiamata pila.

Queste strutture ipogee, usate fino al IX secolo, avevano quasi unicamente una funzione di cimiteri. L'uso dei cimiteri e di luoghi sacri costruiti sottoterra non va considerata comunque un'invenzione dei primi cristiani, in tempi molto antichi, fin dal neolitico, sono esistite parecchie popolazioni che hanno realizzato questo tipo di costruzioni, basta pensare ad esempio agli Etruschi, alla Civiltà Nuragica, o anche agli Egiziani. Ma anche tra gli stessi Romani alcuni culti pagani venivano celebrati in particolari templi ipogei. I cimiteri sotterranei si diffondono rapidamente tra le comunità cristiane sia in Italia sia in Africa.
Sono state scavate in forma di cunicoli, gallerie sotterranee che formano una rete sotto le città. Lungo le pareti dei cunicoli (cryptae) vi sono le sepolture più modeste, i loculi, nicchie rettangolari distribuite in più file, chiuse semplicemente da lastre di pietra o di cotto, decorate con figurazioni, simboli (per esempio il pesce, simbolo di Cristo) o iscrizioni (per esempio vivas, "che tu possa vivere").
In certi punti vi sono poi tombe più ricche e più grandi, costituite da una o più camere per intere famiglie, decorate con pitture o stucchi. Si tratta dei cubìculi dove si trovano i sarcofagi dei personaggi più facoltosi. Sono stanze poligonali con soffitto a volte poggianti su colonne. Sulle pareti si trovano le nicchie, anche queste coperte da volte e spesso sovrastate da un timpano. Qui si trovano le decorazioni pittoriche. Nei cubicoli si trova spesso un tipo di sepolcro monumentale, l'arcosolio: profonda arcata cieca formante una nicchia che accoglieva un'arca. L'arca è un sarcofago in pietra o marmo, ricoperto in genere da un coperchio in forma di tetto e spesso ornato di rilievi ed elevato su un basamento. Sul fondo della nicchia, la lunetta è spesso decorata con pitture. Alla fine del III secolo, con la vittoria del cristianesimo, aumentano nelle catacombe le sepolture dei personaggi facoltosi. Le più ambite sono quelle rese più illustri dalla presenza dei martiri, sulle quali sorgeranno anche importanti edifici di culto. L'imperatore Costantino, per esempio, farà erigere a Roma un mausoleo (prima per sé, poi per la madre) sulla Catacomba dei santi Pietro e Marcellino. Per sua figlia Costanza erigerà un mausoleo sopra le Catacombe di Sant'Agnese, oggi meglio conosciuto come chiesa di Santa Costanza. Durante il IV secolo d.C. le catacombe si estendono: oltre a quelle della Chiesa di Roma ne sorgono altre gestite da privati, come L'Ipogeo nuovo della via Latina, a Roma, ricco di sfarzose pitture.


L'ondata del tempo e dello sviluppo, ha poi seppellito questa ragnatela che copre Roma, togliendola alla vista, all'accesso e alla memoria storica. Oggigiorno, solo i cimiteri, confinati un spazi ristretti, ci ricordano che esiste una fatica ed un'opera precedente alla nostra vita e tutte queste considerazioni e sentimenti li teniamo confinati a quei posti, non sapendo che invece, quasi ovunque a Roma, camminiamo sopra un cimitero immenso di opere e di fatica umana. quando entriamo in questi posti, più che dellaloro morte, che fa parte della vita ed è cosa naturale, noi dovremmo avere rispetto della loro fatica solitaria, accompagnata solo dalla flebile luce di una lucerna e nelle catacombe usate, dall'odore della decomposizione.

Sic transit gloria mundi

 

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