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Se le catacombe fossero visitate sulla base delle persone che le hanno studiate o ci hanno lavorato,  nel senso Archeologico, quella di Domitilla dovrebbe avere un servizio di  navetta con l'aeroporto e non essere coperta dall'oblio della maggioranza dei non addetti ai lavori.

La catacomba di Commodilla è posta in via delle Sette Chiese, non molto lontano dalla via Ostiense, nel quartiere Ostiense. Il nome, come per la maggior parte delle catacomba romane, trae origine dalla fondatrice o dalla donatrice del terreno su cui sorse il complesso cimiteriale ipogeo, il quale era conosciuto anche col nome dei due principali martiri ivi sepolti, Felice e Adautto.

Il cimitero sotterraneo si sviluppa su tre livelli. Il livello più antico e più interessante dal punto di vista archeologico è quello mediano, ricavato in un'antica cava di pozzolana, riutilizzata a scopi funerari: è in questo livello che si trovano le sepolture dei martiri, in una piccola basilica ipogea, ed è da questo livello che si è sviluppato il resto delle catacomba. Nel sopraterra non esistono monumenti, o resti di essi, in qualche modo connessi con le catacomba.
L'analisi dei manufatti scoperti nell'ipogeo portano a datare le catacomba dopo la metà del IV secolo, mentre altre caratteristiche la fanno risalire agli inizi del IV secolo; inoltre la stessa passio data il martirio di Felice ed Adautto negli ultimi anni di vita dell'imperatore Diocleziano (284-305): ciò lascia supporre che la cava di pozzolana fosse utilizzata in parte come luogo di sepoltura già prima della sua chiusura e della sua trasformazione in cimitero (cioè nella seconda metà del IV secolo). Le catacomba furono utilizzate per le sepolture fino al VI secolo. In seguito, come accadde per gli altri cimiteri sotterranei cristiani, essa fu trasformata in un luogo di culto martiriale: lavori di restauro alla basilica ipogea furono eseguiti da diversi papi fino al IX secolo, segno che ancora a quell'epoca le catacomba erano luogo di pellegrinaggio di devoti cristiani. Vi sono state rinvenute anche monete con l'effigie di papa Gregorio IV (827-844): papa Leone IV (847-855) infine donò le reliquie dei martiri Felice ed Adautto alla moglie dell'imperatore Lotario. In seguito le catacomba vennero abbandonata e caddero nell'oblio. Fu scoperta nel 1595 dall'archeologo Antonio Bosio, ma il primo ad identificarla come quella di Commodilla fu, nell'Ottocento, Giovanni Battista de Rossi. Campagne di restauro furono eseguite numerose fino all'ultima nel 1953 ( escludendo i lavori di sitemazione) e portarono allo scavo completo del secondo livello cimiteriale (l'antica cava di pozzolana).
I martiri di Commodilla
Come tutte le catacombe romane, anche in quella di Commodilla si ricordano diversi martiri. In primo luogo Felice ed Adautto: il carme redatto da papa Damaso, andato perduto ma di cui si conserva una copia in una raccolta di iscrizioni altomedievali, ci informa che questi due martiri erano fratelli ed entrambi sacerdoti. La passio leggendaria del VII secolo narra che, durante il martirio di Felice, condannato a morte nei primi anni del IV secolo, uno sconosciuto uscì dalla folla e, confessando di essere cristiano, chiese di morire con Felice: di lui non si conosceva il nome, per cui passò alla storia col nome di l'aggiunto (adauctus in latino). Di questi due santi è stata trovata, nelle catacomba, il luogo della deposizione.
Nelle catacomba di Commodilla, secondo la tradizione, si venerano altri quattro santi:
una santa di nome Merita, il cui nome si legge in un affresco vicino al luogo di sepoltura di Felice e Adautto (ma gli archeologici non sono tutti unanimi in questa identificazione); le fonti liturgiche inoltre non dicono nulla di questa presunta santa, mentre parlano di due sorelle martiri, Degna e Merita, uccise sotto l'imperatore Valeriano (253-260) e sepolte in Commodilla; di Degna non è stata trovata alcuna traccia nelle catacomba;
il Martirologio geronimiano, alla data del 30 agosto, accanto a Felice ed Adautto, nomina una certa Gaudenzia, di cui non sono state trovate tracce nelle nostre catacomba;
infine le guide per pellegrini dell'alto medioevo parlano di un altro martire, Nemesio, che però non è menzionato da nessun altro documento.
Una particolarità delle catacomba di Commodilla, che le distingue dalle altre catacomba romane, è la presenza di sepolture dette a pozzo: si tratta di fosse profonde, ove si contano fino a 20 loculi disposti nelle pareti e sovrapposti l'uno all'altro. Una simile disposizione è riscontrabile solo nelle vicine catacomba di santa Tecla. Inoltre, rispetto ad altri cimiteri ipogei, Commodilla si caratterizza per una estrema povertà architettonica, epigrafica e iconografica: sono rari, per esempio, cubicoli ed arcosoli, e spesso le iscrizioni marmoree contengono errori di ortografia.
Di una certa rilevanza artistica, è la piccola basilica sotterranea dedica ai santi Felice e Adautto; essa fu ricavata, durante il pontificato di Giovanni I (523-526), adattando parte dell'antica cava di pozzolana (al secondo livello), che fu chiusa ed allargata per le esigenze di culto. In questa basilica ipogea gli archeologici hanno identificato il luogo di sepoltura dei due santi in due loculi sovrapposti, che sottostanno ad un affresco che li raffigura.
La storia dei santi Felice e Adautto sembra interessi più l'archeologia che la devozione. Dopo il loro martirio, avvenuto probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano agli inizi del IV secolo, vennero sepolti in una cripta del cimitero di Commodilla, sulla via delle Sette Chiese, poco lontano dalla basilica di S. Paolo fuori le mura. La cripta venne trasformata da papa Siricio in basilica, successivamente ampliata e decorata di affreschi dai papi Giovanni I e Leone III. Divenne così meta di pellegrini e di devoti fino al medioevo inoltrato, quando catacombe e santuari sotterranei caddero in oblio o furono devastati. Il cimitero di Commodilla e la tomba di Felice e Adautto furono scoperti nel 1720, ma la soddisfazione del ritrovamento durò poco, perché alcuni giorni dopo la volta della piccola basilica sotterranea crollò. Sui ruderi caddero nuovamente l'oblio e l'incuria fino al 1903, quando la basilica venne definitivamente restaurata. Si riscoprì uno dei più antichi affreschi paleocristiani, nel quale è raffigurato S. Pietro che riceve le chiavi alla presenza dei Ss. Stefano, Paolo, Felice e Adautto.
Secondo l'autore di una leggendaria Passio scritta nel secolo VII, quando il loro culto era in piena fioritura, Felice era un presbitero romano, condannato a morte durante la persecuzione di Diocleziano. Mentre veniva condotto al luogo dell'esecuzione, sulla via che porta a Ostia, dalla folla dei curiosi e dei compagni di fede si staccò uno sconosciuto, che andò incontro al condannato. Giunto a un passo dai soldati incaricati dell'esecuzione, proclamò a voce ferma di essere cristiano e di voler condividere la stessa sorte del presbitero Felice. Venne esaudito senza troppi indugi. Dopo aver spiccato la testa di Felice, con la stessa spada decapitarono l'audace, che aveva osato sfidare le leggi dell'imperatore. Ma chi era costui? Nessuno dei presenti ne conosceva l'identità e fu chiamato semplicemente "adauctus", aggiunto, da cui il nome Adautto, "eo quod sancto Felici auctus sit ad coronam martyrii".
L'episodio restò vivo nella memoria della Chiesa romana, che associò i due martiri in un'unica commemorazione, al punto che alcune fonti li definiscono fratelli. La notizia più antica sui due martiri ci è fornita da un carme di papa Damaso, in cui viene elogiato il presbitero Vero per averne decorato il sepolcro. La diffusione del loro culto nell'Europa settentrionale ebbe origine dal dono di alcuni frammenti prelevati dalle loro reliquie e donati da papa Leone IV alla moglie di Lotario, Ermengarda.
Ma l'affresco più celebre nel complesso è rappresentato dalla cosiddetta Madonna Turtura
, pure riferito al VI secolo e, dunque, al tempo di Giovanni I Il quadro venne liberato faticosamente dalla terra nel gennaio del 1904, provocando l'emozione degli scavatori, anche per il perfetto stato di conservazione delle immagini, purtroppo infrante da un atto vandalico, che ridusse in frammenti lo splendido affresco, nella notte del 13 aprile del 1971. Di lì a poco, il pannello fu accuratamente ricostruito e ancora mantiene tutta la suggestione e il suo significato, che oscilla tra un intento funerario e un atteggiamento propriamente devozionale. la cosiddetta tomba di Turtura (metà del VI secolo): si tratta di una donna la cui morte e sepoltura viene ricordata dal proprio figlio con una tomba arricchita da un affresco; l'affresco raffigura la Madonna, con in braccio il bambino Gesù, seduta su uno scranno d'oro; accanto, le figure dei due santi Felice e Adautto e di Turtura; l'affresco è accompagnato da un'epigrafe, che recita: "Il tuo nome è Turtura, e tu effettivamente fosti una vera tortora"; Se il pannello ricorda le rappresentazioni di Santa Maria Antiqua - sia la Vergine con il Bambino, sia la Madonna tra gli angeli - che ci accompagnerebbero verso il territorio semantico di tipo devozionale, la presenza della defunta assicura un'intenzione eminentemente funeraria. Lo ribadisce anche la struggente iscrizione dipinta, che il figlio della donna fa apporre ai piedi del grande affresco: "Raccogli, ora, o madre, le lacrime del figlio superstite che il dolore sparge; (...) dopo la morte del padre, ti preservasti casta per trentasei anni; così vedova ed integra ricopristi il ruolo di padre e di madre per il figlio Obas; di turtura il nome portasti, ma vera tortora fosti, per la quale, morendo il marito, non ci fu altro amore... qui riposa Turtura, che visse più o meno anni sessanta".

 

Il nostro affresco si configura, così, come la monumentalizzazione iconografica di una sepoltura privilegiata, quella di una nobile vedova, che fu sepolta nella basilica dei Santi Felice e Adautto dal figlio Obas, proprio quando le catacombe di Commodilla stavano terminando la loro funzione funeraria per consegnare il testimone alla stagione della devozione dei pellegrini che, da ogni parte, giungevano a Roma per venerare le tombe dei primi campioni della fede, come testimoniano anche i molti graffiti tracciati pure sugli affreschi della nostra basilica.

 Altro affresco interessante è quello  di san Luca, risalente alla seconda metà del VII secolo, in cui il santo è raffigurato con i ferri del mestiere: infatti ha con sé una piccola borsa con gli strumenti da chirurgo;

l'affresco della consegna delle chiavi a Pietro (VI secolo): esso raffigura Cristo seduto su un globo mentre consegna le chiavi a Pietro; accanto figure di santi, ognuna col proprio nome dipinto: Adautto, Merita, l'apostolo Paolo, Felice, Stefano protomartire
Di notevole pregio artistico e di alto valore simbolico è il cosiddetto cubicolo di Leone, ufficiale romano prefetto dell'annona (seconda metà del IV secolo), che commissionò la cripta per sé e la sua famiglia: essa è completamente dipinta con scene bibliche. Il cubicolo di Leone è al centro della regione delle catacomba, che porta lo stesso nome, scoperta nel 1953.
L'iscrizione graffita[modifica | modifica sorgente]
Nella catacomba è presente un'iscrizione graffita in lingua volgare, la cui datazione è dubbia (tra il VI-VII secolo e la metà del IX)[1][2]. È la più antica attestazione di uno scritto in volgare e si trova in una cripta dedicata al culto dei santi Felice e Adautto.

Questa iscrizione   « Non dicere ille secrita a bbo­ce » che si può tradurre  « Non pronunciare le (parole) segrete a voce (alta) »ricordava al celebrante di non recitare a voce alta quelle preghiere della messa, dette secrete, i cosiddetti mysteria secondo la formula greco-latina, che secondo la liturgia devono essere pronunciate a bassa voce in quanto parole sacre dirette esclusivamente a Dio e non all'assemblea.
Dal punto di vista linguistico si nota l'uso della forma dell'imperativo negati­vo non dicere che deriva dal classico noli dicere (l'alternativa è ne dicas o ne dixeris, con il congiuntivo esortativo), mentre dicere si è conservato anche come forma volgare per tutto il Medioevo.
Il pronome ille assume qui valore di articolo femminile plurale, mentre secrita deriva dal classico neutro plurale secreta; a bbo­ce, dal latino ad vocem, presenta la caduta delle consonanti finali, un raddoppiamento fonosintattico e un betacismo, cioè la trasformazione della v in b.

Dal punto di vista figurativo, la rappresentazione pittorica recupera le scene di introduzione dei defunti al cospetto dei santi, dei martiri, di Cristo e di Maria di invenzione romana, ma propone già quelle peculiarità stilistiche care al linguaggio bizantino, che avvicinano la nostra rappresentazione mariana alle altre vere e proprie icone romane, le più antiche, sospese tra l'interminabile storia dell'arte devozionale dell'Urbe e la rivoluzionaria e ieratica stagione bizantina.

Padre Bagatti nel 1931 fu inviato al Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Roma, ha compiuto scavi a Roma: Cimitero di Commodilla (1933-34) e nel 1934 conseguì brillantemente il titolo di Dottore in Archeologia Cristiana. La sua tesi su «Il Cimitero di Commodilla o dei Martiri Felice ed Adautto sulla via delle sette chiese» fu pubblicata nel 1936 come primo numero della serie dell'Istituto «Roma sotterranea cristiana.
Ultimi scavi nel 1953, portati avanti da padre Ferrua, dicono le fonti: Della catacomba di Commodilla sulla via Ostiense è stata scoperta e sterrata una nuova regione molto importante per il suo stato di integrità e le singolarissime pitture di un cubicolo della seconda metà del sec. IV (relazione di A. Ferrua, in Riv. di arch. crist., 1957, p. 7 sgg. e Civ. Catt., 1959, I, p. 141 segg.).Dicono le fonti: L'occasione, del tutto fortuita, furono i lavori per la costruzione della palazzina sita all'angolo fra via delle Sette Chiese e via Giovannipoli, che come già mostrato, erano proprio sopra la regione Leone,  agli esordi del 1953, e la notizia preliminare della scoperta della regione cimiteriale precedentemente sconosciuta venne diffusa attraverso l'Osservatore Romano del 19 luglio dello stesso anno (p. 3), quando erano, in realtà,già in corso gli scavi ad opera di Antonio Ferrua (Ferrua 1957, pp. 7-9), pubblicati alcuni anni più tardi in due articoli apparsi sulla "Rivista di Archeologia Cristiana" (nello specifico Ferrua 1957 e Ferrua 1958). A quest'epoca la rete cimiteriale comunitaria già intravista dal Bosio (Bosio 1632, p. 170, che però attribuiva le gallerie al cimitero di Lucina, corretto poi nell'Ottocento, daq Giovanni Battista de Rossi, il quale tuttavia non riuscì a trovare la catacomba. ), era ormai ben nota in seguito alla compiuta indagine promossa, agli inizi del '900, ad opera della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
A partire dalla data della sua scoperta, oltre cinquant'anni fa, la regione cimiteriale di Leone nella
catacomba di Commodilla ha costituito sicuramente un punto d'osservazione privilegiato nell'individuazione di una serie di fenomeni peculiari del mondo concettuale cristiano in relazione all'orizzontefunerario nell'inoltrato IV secolo. Attraverso l'analisi recente dei documenti epigraici e lo studio delletipologie sepolcrali è emerso un quadro esaustivo delle dinamiche di sviluppo dell'area in relazione al nucleo catacombale di riferimento. Analogamente a quanto emerso in generale per il complesso cimiteriale
di Commodilla, la regione di Leone si configura come un'area occupata in prevalenza da esponenti umili
del tessuto sociale, come dimostra la povertà dei loculi, in cui la volontà del singolo di uscire dall'anonimato si esterna attraverso l'apposizione di modesti oggetti nella malta di chiusura o di brevi iscrizioni non sempre di significato chiaro4. Ancora più stridente appare, dunque, il contrasto fra la massa degli humiliores, che rappresentano lo strato sociale maggiormente incidente della zona, e un monumento
di grande impatto visivo ed emotivo come quello rappresentato dal cubicolo di Leone, che si configura
come una vera e propria eccezione. La sua singolarità deriva non solo dal confronto con l'occupazione
dell'area, ma anche dal fatto di essere un esempio di committenza sicuramente elevata in catacomba, in
un periodo nel quale le élites iniziano a prediligere i cimiteri subdiali e le basiliche martiriali come luogo
della propria sepoltura5, forse spinti non solo da forme di maggiore visibilità (mausolei privati), quanto
soprattutto da criteri di vicinanza con una frequentazione ed un culto più evidenti. Un ulteriore fattore
contribuisce alla peculiarità della zona, e nello specifico le modalità genetiche, da collocare nell'ultimo
ventennio del IV secolo6, proprio in conseguenza della creazione del cubicolo decorato, cui era possibile
accedere tramite un ingresso indipendente. La ricchissima decorazione dell'ambiente è stata più
volte oggetto di studio da parte della critica, che ha focalizzato il proprio interesse sulle ipotesi interpretative delle singole scene, specie in relazione ai soggetti di più difficile comprensione. È probabile che specificamente in questo contesto vada rintracciata l'identità di Leone, il quale
rivendica orgogliosamente il proprio ruolo, seppure dobbiamo ammettere non fosse elevatissimo,
dimostrando nel contempo con la propria sepoltura un'ampia disponibilità di mezzi economici. A tale
proposito un aspetto risulta particolarmente interessante nell'orbita del linguaggio "nuovo" appartenente
al repertorio figurativo messo in campo da Leone, che sembra svolgere contemporaneamente i
temi più attuali e in voga del maturo IV secolo: sembra, qui, di poter cogliere gli echi di un registro
comunicativo finalizzato a catturare l'attenzione delle classi dirigenziali di alto livello (anche di nuova
formazione) ma di tradizione ancora pagana o solo di recente convertite, e dunque maggiormente
attratte da illustri modelli di santità piuttosto che dai consolidati exempla salvifici.

 

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