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Francesca Romana Stasolla e  Vincenzo Fiocchi Nicolai ci spiegano:

A partire dal III secolo si andarono comunque sviluppando cimiteri a carattere spiccatamente cristiano, ipogei (catacombe) e subdiali che, in analogia con le coeve necropoli non cristiane, prevedevano strutture architettoniche (mausolei e cappelle) accanto alle forme più semplici di sepoltura. Nei casi in cui i personaggi venerati erano stati deposti in cimiteri ipogei, si assiste al duplice diffondersi di comuni inumazioni sia negli approfondimenti catacombali sia nelle aree funerarie del sopratterra, con una varietà tipologica ed un'apparente disomogeneità dettata prevalentemente dal desiderio di affollarsi attorno alla sepoltura principale. Un caso particolare per densità e apparente mancata organizzazione è costituito dai retrosanctos, zone di fortissima concentrazione poste a ridosso ‒ di solito sul retro ‒ delle sepolture venerate. Nate per sopperire al desiderio dei cristiani di essere sepolti nei pressi di un martire, talora mediante modifiche strutturali di costruzioni già presenti o, nel caso di ipogei, mediante lo scavo di cubicoli aggiuntivi, queste aree sono caratterizzate dal continuo sovrapporsi ed intersecarsi di sepolture, dalla creazione di pozzetti funerari e comunque dall'utilizzo di qualsiasi superficie libera. Un'organizzazione gerarchica delle sepolture si può riscontrare in aree funerarie sviluppatesi appositamente attorno ad una struttura cultuale o martiriale, in una zona libera da preesistenze. Altro invece è il caso, assai frequente, di sepolture venerate inserite in necropoli già densamente occupate, nelle quali si assiste all'affollarsi, al sovrapporsi e all'intersecarsi di nuove tombe e delle tracce determinate dalle percorrenze dei pellegrini, talvolta in parallelo con l'abbandono di regioni più periferiche, con fenomeni che assumono piena evidenza in alcuni contesti catacombali. Nei complessi ipogei, infatti, la carenza di spazi ne ha determinato lo sfruttamento intensivo, evidente ad esempio nei cinque piani di sepolture nell'area della Cripta dei Papi nella catacomba di S. Callisto a Roma; negli ambienti occupati da loculi lungo le pareti e quindi riempiti da tombe dette "a cappuccina" sovrapposte nella catacomba di S. Tecla, sempre a Roma; nella creazione di "pozzetti" per sepolture sviluppate in profondità; 

In alcune regioni delle catacombe romane (ad es., a Commodilla, nell'Anonima di via Anapo, nell'Anonima della via Aurelia e soprattutto nelle catacombe ebraiche) sono documentati alcuni esempi di loculi "a forno", cioè con apertura situata sul lato corto. La chiusura dei loculi è costituita, nella stragrande maggioranza dei casi, da lastre marmoree o fittili fermate alla roccia sui bordi con uno strato di calce. Più raramente ‒ per esempio nelle catacombe del Lazio o in quelle ebraiche ‒ sono attestate chiusure consistenti in muretti intonacati, ovvero da tegole rivestite nel lato in vista da uno strato di malta. Tali chiusure potevano costituire il supporto delle iscrizioni funerarie: queste erano incise sulle lastre marmoree, dipinte sulle tegole o sulla malta che rivestiva le lastre fittili o i muretti, oppure tracciate a sgraffio nei medesimi supporti morbidi o nella malta disposta lungo i bordi delle chiusure. Spesso accanto a queste tombe più umili furono collocati oggetti particolari, dalla tipologia più svariata, come lucerne, piccoli recipienti vitrei o ceramici, vetri dorati, monete, elementi di corredo personale (orecchini, braccialetti, collane, pendagli, cerchietti, ecc.), conchiglie, paste vitree, oggetti d'osso, giocattoli di bambini (bambole, campanelli), ecc. La funzione di tali oggetti, che si è ritenuto fosse quella di contrassegnare e distinguere le tombe anonime, fu anche, talvolta, quella di costituire un richiamo simbolico al refrigerio, alla luce, alla protezione della tomba, nonché di ornare in modo elementare i sepolcri, di corredarli di oggetti cari ai defunti.

GUSTAW HERLING RITRATTO VENEZIANO
© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Prima edizione ne "I Narratori" ottobre 1995
ISBN 8807 01493 9

La zanna di Barabba.


Nella Storia della città di Roma nel Medioevo Ferdinand Gregorovius dedica un capitolo a parte al "culto delle reliquie" nel ix secolo. E improvvisamente si avverte un fremito nella penna, per sua natura tranquilla obiettiva e impassibile, dello storico. Che secolo strano e folle! Da quale febbre fu assalito!Non era forse una febbre, un'altissima febbre provocata dall'attacco improvviso di una malattia, quella ricerca e quella bramosia di impossessarsi di tutto ciò che poteva fregiarsi del nome di sacra reliquia? Nella nostra epoca si parla di "febbre dell'oro"; quando usiamo questa espressione, abbiamo davanti agli occhi le facce inebetite dei cercatori e i crimini commessi nella lotta per i giacimenti d'oro. Il IX secolo ha suggerito all'immaginazione dello storico facce simili e simili crimini fra i cacciatori di reliquie. Da ogni parte del mondo pellegrini più o meno pii si recavano a Roma (a quei tempi Roma era il più grande giacimento di reliquie) per frugare con le loro avide mani quella terra che celava tesori. Il tesoro più prezioso era considerato il cadavere intero di un santo; un tesoro del genere potevano permetterselo soltanto gli acquirenti, laici o ecclesiastici, che erano ricchi. Gli altri cercatori si dovevano accontentare di scheletri, di crani, di tibie, di frammenti di ossa. "I pellegrini,"scrive Gregorovius, scrive Gregorovius, che erano numerosissimi, non volevano partire dalla città santa senza portare con sé qualche ricordo sacro e compravano reliquie delle catacombe, come oggi i visitatori comprano quadri, gioielli e statuette di marmo." Infine bisogna osservare per inciso che il culto delle reliquie nel dc secolo si portò dietro anche un'ondata di pellegrinaggi in massa. Moltitudini di genti andavano in pellegrinaggio soprattutto a Roma, la città dei Martiri e degli Apostoli, nella profonda convinzione che, oltre alle sacre reliquie, vi si trovassero anche le divine chiavi che avrebbero permesso di aprire le porte
del Paradiso.
Dei Romani Gregorovius racconta che come sempre, grazie al loro innato senso pratico, seppero profittare delle passioni del mondo, alimentando senza posa il commercio che si era velocemente sviluppato intorno a cadaveri, reliquie e immagini di Santi. E ovvio che non mancavano le truffe, le vendite di falsi, il raggiro degli ingenui forestieri. In questo mestiere eccellevano, nel ruolo di "garanti", i preti dominati "dalla crescente avidità e dalle ricchezze". I guardiani dei cimiteri di notte stavano all'erta "come dovessero respingere l'assalto delle iene". Quando i papi davano il loro consenso a che i corpi autentici dei Santi fossero trasferiti in terre straniere, venivano,organizzati splendidi cortei; lungo la strada la gente cantava inni e invocazioni perché le sacre spoglie confermassero la loro santità con i miracoli; nelle città di arrivo della Francia,della Germania o dell'Inghilterra, i cortei affaticati venivano accolti come vincitori che fanno il loro ingresso trionfale. È difficile crederci: la febbre salì a tal punto che i criminali venivano scarcerati, muniti di un attestato di temporanea libertà e mandati a Roma, in quel refugiurn peccatorum, perché tentassero di espiare i loro peccati e di guadagnarsi una diminuzione della pena in quanto fortunati ritrovatori di reliquie nella Città Eterna.

Nell' 828 alcuni mercanti veneziani, dopo aver superatomolti ostacoli ed essere usciti indenni da numerosi pericoli, portarono da Alessandria alla loro città natale le spoglie dell'apostolo Marco, che divenne subito il patrono di Venezia.Nell'840 arrivarono a Benevento in modo davvero miracoloso le spoglie di un altro apostolo, san Bartolomeo: racchiuse in un'urna di marmo, portate dalle onde degli oceani e dei mari delle Indie, ecco che approdarono a Lipari; in quello stesso anno l'isola eolia fu saccheggiata dai Saraceni che, profanata la tomba, gettarono via le ossa del Santo; un eremita di Lipari le raccolse con devozione e le portò a Benevento, dove "per volontà del principe longobardo Sicardo furono portate nella cattedrale fra il giubilo della popolazione.

2. Conviene fermarsi ancora un po' a Benevento, avendosempre Gregorovius come guida. "Ma in nessun altro luogo,forse, l'avidità di possedere ossa di santi assunse forme tanto morbose come nelle ultime corti longobarde d'Italia. Come nel XV e nel XVI secolo i pontefici e i principi andavano alla ricerca di manoscritti e di oggetti antichi, così Sicardo inviava i suoi agenti a conquistare per lui in terra, in mare e nelle isole ossa, crani, scheletri e altre reliquie sante che raccoglieva nel tesoro
della cattedrale di Benevento. Trasformò quel tempio in un museo fossile, e c'è da credere che i suoi inviati mostrassero il dovuto fervore. Le guerre gli servivano per estorcere ai vinti icorpi dei santi; come altri re vittoriosi riscuotevano balzelli e tributi, egli costrinse la popolazione d'Amalfi a consegnargli la,mummia di Trifomena; non altrimenti Sicone, suo padre, aveva strappato, un tempo, ai Napoletani il corpo di San Gennaro.
Quello che Gregorovius non dice, come indignato e forse un po' annoiato dalla febbre di quel secolo, è che nelle sue ricerche il principe Sicardo si spingeva ben oltre i confini dell'Italia. Il terreno di caccia che più lo attirava era la Terra Santa,e perciò aveva creato un gruppo speciale che agiva unicamente in quell'area. Non ci metteremo qui a indagare se, cercando di soddisfare i sogni (o i capricci) del loro munifico signore, lo ingannassero di proposito o senza volere. D'altronde, chi sa a quali prove veniva sottoposta la credulità a quei tempi? E chi sa cosa fosse in generale la credulità, e che cosa la ben celata incredulità, in un'epoca in cui il miracoloso e il divino vivevano fianco a fianco con l'ordinario e col mondano? Fatto sta che,gli inviati del principe longobardo non tornavano mai a mani,vuote dalla Terra Santa, e Sicardo non aveva motivo di lamentarsi della loro diligenza e capacità. Al contrario, quando s'inginocchiavano con la dovuta umiltà per il principe e la dovuta esultanza per la religione e gli mostravano le sacre reliquie che avevano trovato, Sicardo non risparmiava Toro per ricompensare il frutto della loro fatica e la loro fatica stessa in terre lontane. Le cronache hanno annotato che cosa portarono nel solo anno 844: una manica della veste della Santissima Maria Vergine, l'elmo di un soldato romano che aveva inchiodato il Signore alla Croce, un frammento della pietra che ricopriva il Sansepolcro, una grossa scheggia della Croce, un sandalo di Ponzio Pilato e il dente canino di Barabba. Fra i tesori del Duomo, quella zanna suscitava l'ammirazione maggiore. "Ingiallita, ma non cariata," scrive un cronista medievale, "stupiva tutti colo- ro che la guardavano per la sua forma aguzza e per le sue dimensioni. Perché Barabba, che spesso viene relegato in secondo piano nella storia sacra, era un personaggio importante nella sacra rappresentazione della Crocifissione." Era della stessa opinione anche il principe Sicardo, che collocò il dente di Barabba in un posto di primo piano nel tesoro, come fosse uno sfolgorante gioiello di straordinario valore.

 

Silvano Crepaldi poi aggiunge

Nell'arco di quasi tre secoli, dall'inizio del XVII all'inizio del XX con i cambiamenti storici mutò anche il quadro sociale ed ecclesiastico: se durante il Seicento le numerose traslazioni di reliquie romane avvennero per iniziativa ecclesiastica, essendone promotori gli stessi vescovi o parroci, nel secolo successivo fu invece l'intraprendenza dei laici, singole persone o intere comunità, che procurò a diverse parrocchie nuovi santi da venerare, grazie anche alla collaborazione di emigranti che risiedevano a Roma. Nell'Ottocento alcuni personaggi locali illustri o facoltosi, sia religiosi sia laici, ottennero dalla Curia romana, benché con notevoli difficoltà, corpi santi per varie chiese o cappelle private. Comune rimase sempre, però, la motivazione di tali imprese: accrescere, con im importante richiamo devozionale, il prestigio della propria chiesa, del proprio paese e del proprio casato, in una sorta di competizione che Opponeva comunità che possedevano reliquie romane a quelle che. loro malgrado, ne erano prive. Esisteva, infatti, una particolare concezione riguardo ai nuovi presunti martiri tanto ricercati: possederne il corpo, quasi sempre integralmente, conferiva al loro culto tuia caratteristica di esclusività; il santo diventava proprietà di una specifica comunità, diveniva mi potente intercessore da invocare in quel contesto specifico, i suoi resti mortali lo tendevano presente e vicino, più pronto a recepire le mortali lo rendevano presente e vicino, più pronto a recepire le esigenze cultuali dei suoi devoti. Non deve stupire che la devozione nei loro confronti abbia talora preceduto o sopraffatto, in certe località, quella riservata ai precedenti patroni, di cui spesso non si possedevano reliquie, divenute sempre più tuia fondamentale, quasi indispensabile, componente della pratica religiosa cattolica, dei singoli o delle comunità.

 

 

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